Quando i renziani sul web sono peggio dei troll grillini

Europee a parte, il rottamatore ha perso tutto quello che si poteva perdere. Ma i suoi fan sono molto aggressivi verso chi dice che un nuovo centro-sinistra che vuole tornare a vincere deve liberarsi del fardello del renzismo

Renzi

Renzi

globalist 12 febbraio 2019
di Miriam Vicinanza
C’era una volta un segretario decisionista che ha vinto le primarie del Pd e si è insediato su un partito che era l’erede (anche in non del tutto) della più grande forza europea della sinistra.
Il segretario decisionista, democristiano d’origine, aveva un’altra idea: prosciugare la sinistra dei suoi valori tradizionali, mettere in discussione il suo radicamento sociale per puntare su una società sostanzialmente liberista, nella quale la modernizzazione significava più precarietà, attacco ai sindacati, esaltazione del modello Marchionne e un produttivismo con meno vincoli e meno regole.
Un segretario che, nel paese che da solo ha più beni culturali del mondo, che polemizzava con le sovrintendenze che erano viste più come un ostacolo che come una risorsa per salvaguardare la più grande ricchezza italiana, ossia la bellezza.
Grazie al vento di novità e ai famosi 80 euro Renzi stravinse le europee portando il Pd al 40 per cento.
Ma la luna di miele è finita lì. Da allora solo sconfitte. Dolorose.
Per antipatia personale mandò i suoi dal notaio e fece sfiduciare Marino per consegnare (ahinoi) il Campidoglio a Virginia Raggi. 
Divenne uno dei principali avversari di Crocetta e la Sicilia ritornò a destra.
Poi la Caporetto delle amministrative del 2017. Torino al Movimento 5 stelle, la “Stalingrado” rossa di Sesto San Giovanni alla destra insieme con Genova e Venezia. Trieste, Gorizia e la rossa Monfalcone perse.
Nella rossa Pistoia eletto un sindaco di Fratelli d’Italia, l’Aquila persa. 
E poi il referendum Costituzionale trasformato in un referendum pro o contro Renzi (da Renzi stesso) sonoramente perso mentre lui giurava che in caso di sconfitta avrebbe lasciato la politica “perché non sono come gli altri”.
In ultimo le politiche dello scorso anno nelle quali il Pd ha ottenuto il più basso risultato della storia. 
La vecchia base elettorale progressista e di sinistra si era sciolta tra astensionismo e M5s, sconfitte clamorose in tutti i quartieri popolari delle città e nelle periferie, qualche segnale di resistenza solo nei quartieri bene.
Un partito erede di una forza che difendeva i lavoratori e le classi meno abbienti diventato emblema della politica dei "benestanti” più vicino a Briatore che alla Cgil.
Di fronte a questo cataclisma Renzi e i suoi hanno reagito - dispiace dirlo - con lo stesso metodo e la stesa logica di Di Maio e grillini vari: dando la colpa agli altri.
Secondo Renzi e i renziani la colpa di un’emorragia di milioni di voti andava ricercata in D’Alema e Bersani (dimenticando il modesto risultato elettorale di Leu) andava ricercata nella stampa avversa dopo Manifesto e Fatto quotidiano che insieme stanno molto al di sotto della 100 mila copie vendute (dimenticando di aver avuto una delle Rai più asservite che celebrava i fasti renziano a reti unificate).
Diceva e dice che veniva attaccato il Matteo sbagliato, ossia lui e non Salvini.
Ma non una parola sul perché milioni di elettori avevano abbandonato il Pd, spesso ritenendo Renzi e le sue politiche una ragione più che sufficiente per non fidarsi del partito democratico.
Quando uno le perde tutte, ma proprio tutte (Europee a parte) magari potrebbe fare una riflessione sera e vera.
Renzi e i renziani no.
Salvini parla di ‘rosiconi’ esattamente come Renzi parlava di ‘gufi’. Di Maio si aggrappa ad ogni scusa per ogni minchiata che dice e che fa, Renzi lo stesso.
Del resto: se Renzi e il renzismo avessero prodotto tutti quegli avanzamenti tanto sbandierati, perché un popolo intero avrebbe dovuto voltargli le spalle? Perché i giovani se con il Jobs Act e la buona scuola avevano visto (secondo Renzi) moltiplicare le loro possibilità e opportunità?
Così mentre il paese è in piena deriva reazionaria e mentre una moltitudine di elettori si dice disposta a ritornare a votare a sinistra se ci fosse una idea chiara, se ci fosse davvero una prospettiva di cambiamento, se ci fosse una vicinanza reale con la gente che fatica ad arrivare a fine mese, assistiamo alle bastonature - via web - di coloro che legittimamente invocano l’archiviazione del renzismo come passaggio ineludibile per liberare la sinistra, il centro-sinistra, i progressisti o chiamateli come vi pare da questa spada di Damocle.
Il regista e scrittore David Grieco per aver ripetuto la sua legittima opinione è stato manganellato sul web da stormi di fan del rottamatore che lo hanno riempito di contumelie.
A testimonianza che il fanatismo - pro-Grillo, pro-Salvini e pro-Renzi - sempre fanatismo è.
Eppure i segnali ci sono e sono chiari. Basterebbe ascoltare qualcuno dei milioni che un tempo garantivano le vittorie della sinistra, dell’Ulivo e del centro-sinistra e chiedere con umiltà perché non vanno più a votare o perché votano gli altri.
La risposta è chiara e tutti quelli che vogliono capire la capiscono.
C’è bisogno di unità, di dialogo. Ma non c’è bisogno di indistinte ammucchiate. E soprattutto - senza voler essere settari ma realisti - non si può ricostruire sulle macerie.
Per ricostruire le macerie vanno prima rimosse. Altrimenti si resterà accampati a vita alla mercé delle intemperie.