Renzi ancora dà la colpa agli altri: dovevo entrare nel Pd con il lanciafiamme...

Dopo aver portato il partito al peggior risultato della storia l'ex segretario continua a sputare veleno e non fare autocritica: il mio errore più grande è stato non ribaltare il partito

Elena Boschi e Matteo Renzi

Elena Boschi e Matteo Renzi

globalist 10 dicembre 2018

Autocritica zero. Oppure pseudo-autocritica, come quelli che dicono: ‘il mio più grande errore è quello di essere stato troppo buono o troppo generoso’. Ossia una modo per dare la colpa agli altri.
Un metodo del quale Matteo Renzi, che ha portato il Pd al minimo storico (Bersani che prese milioni di voti più di lui fu martirizzato perché non vinse…) è diventato maestro al pari di Berlusconi e Di Maio, altri per i quali è impossibile ammettere uno sbaglio.
E che ha detto l’ex rottamatore che (fino a prova contraria) è il politico così indigesto che ha portato i democratici alla disfatta?

“Il mio errore più grande è stato non ribaltare il partito. Non entrarci con il lanciafiamme come ci eravamo detti. In alcuni casi il Pd ha funzionato, in altre zone è rimasto un partito di correnti. Ritengo che le correnti siano il male del partito".
Beh, per uno che ha fatto una sorta di pulizia etnica dei non-renziano criticare le correnti sembra proprio un’ironia.
Il problema è che parla sul serio. Per questo molti commentatori ritengono che senza una vera discontinuità con Renzi e il renzismo il Pd sarà meno popolare di quanto lo stesso Macron lo sia in queste ore.
'Non mi ricandido al congresso'


"Candidati al congresso, mi hanno scritto in tanti. Grazie del pensiero, ma non lo farò. Ho vinto due volte le primarie con il 70% e dal giorno dopo mi hanno fatto la guerra dall'interno. Mi sentirei come Charlie Brown con Lucy che gli rimette il pallone davanti per toglierlo all'ultimo istante. Non mi ricandido per la terza volta per rifare lo stesso", sottolinea.
Ambiguità sulle prossime scelte
L'ex segretario, in realtà, non fa chiarezza fino in fondo. "Io continuo a combattere: non corro per il congresso ma non vado in pensione, resto in campo, sorridente e tenace. Perché il tempo è galantuomo. E io ci credo davvero", sostiene. La sua battaglia contro la "cialtroneria" gialloverde, afferma, la combatterà da dentro il Pd, ma a chi - come Carlo Calenda - scalpita per sapere quale sarà la strategia dem alle Europee, l'ex premier si limita a dire che spetterà al nuovo segretario indicare la rotta.
"Dopo le elezioni - si legge nella enews di Renzi - io sono l'unico che si è dimesso. Mi sono preso tutte le responsabilità. Una parte del gruppo dirigente continua a pensare che sia stata tutta colpa del mio carattere. Mi sembra leggermente riduttivo. Quando, ad esempio, abbiamo ceduto alla cultura salviniana dell'immigrazione? Quando abbiamo discusso di ius soli, dice Nanni Moretti. Giusto. E perché non abbiamo avuto il coraggio di mettere la fiducia come invece avevamo fatto - rischiando tutto - sulle unioni civili? Quando abbiamo perso la credibilità con i Cinque Stelle? Quando siamo rimasti a metà del guado".
Rivendica Buona Scuola e Jobs Act
"Abbiamo fatto la Buona Scuola, ma ci siamo vergognati di difendere l'alternanza scuola-lavoro o lo stipendio dei prof basati sul merito; abbiamo fatto il Jobs Act ma ci siamo vergognati dei risultati; abbiamo fatto il bando periferie - un modello in tutta Europa - ma ci siamo vergognati di difenderlo finché non ce lo hanno tolto con il nuovo Governo; abbiamo fatto Industria 4.0 e superammortamenti ma dicevamo sempre che ancora non bastava; abbiamo approvato la legge sui vitalizi alla Camera ma il capogruppo al Senato ha insabbiato il provvedimento", aggiunge.
"L'intera comunicazione della nostra campagna elettorale, totalmente sbagliata, era basata sullo scusarsi per ciò che avevamo fatto, più che per il rivendicare i risultati e costruire il futuro. Abbiamo perso. Io ne ho tratto le conseguenze. Punto", conclude.