Lo sgombero del Baobab, ovvero lo spettacolo del nuovo fascismo

Quello che la vicenda insegna è che l'umanità non può essere scissa dalla legalità. Possiamo dire che giustizia sia stata fatta lasciando gente letteralmente in mezzo alla strada?

Roma, protesta Baobab

Roma, protesta Baobab

Giuseppe Costigliola 14 novembre 2018

Ogni volta che accade un evento traumatico come il recente, ennesimo sgombero del centro Baobab a Roma si riaccende, cruento e drammatico, l'annoso dibattito sulla legalità, sulla civiltà d'un corpo sociale. Tale dibattito verte sul contrasto tra la necessità della certezza del diritto, essenziale per una società civile, e la necessità della giustizia del caso concreto, forse l’unica vera giustizia. La legge deve essere rispettata, sempre. La legge deve essere umana, altrimenti non può configurarsi come giustizia.
La norma giuridica, sostengono i giuristi, deve essere generale ed astratta. Astratta in quanto non fa riferimento a singole fattispecie concrete, ma applicabile ad una pluralità indeterminata di casi, ogniqualvolta la fattispecie verificatasi nel concreto possa essere ricondotta alla fattispecie astratta. Esempio classico la norma che punisce l'omicidio, che si riferisce ad una classe di fattispecie (tutti gli omicidi), non ad una fattispecie concreta (l'uccisione di Tizio). Questo in linea teorica. Ma in linea pratica è il caso concreto che conta, la ricostruzione dei modi in cui si è determinato, e infatti la legge concede al giudice una certa discrezionalità nella comminazione della pena. Lo stesso discorso, e a maggior ragione, dovrebbe valere per le decisioni degli organi preposti ad intervenire nel caso degli sgomberi, cioè di occupazioni di suolo pubblico o privato. Appellarsi ciecamente alla certezza del diritto, senza considerare il caso concreto, le enormi ricadute sociali, umanitarie, di sicurezza pubblica d'una eventuale drastica decisione, insomma senza applicare il cosiddetto buon senso, non appare, appunto, sensato. E certo non è umano. Ecco, è su questo elemento che vorrei soffermarmi: l'umanità, che non può essere scissa dalla legalità.


Un tempo le immagini di enormi gruppi di esseri umani laceri e consunti, affamati e disperati, accampati per le strade, sotto i ponti, dietro qualche improbabile riparo, esposti alle intemperie e alle violenze di chiunque, erano facilmente rimovibili dalle nostre indisturbabili coscienze: giungevano da continenti lontani, remoti. Se venivano proposte alla nostra attenzione bastava distogliere gli occhi, trincerarci dietro il rassicurante pensiero che qui da noi situazioni così non potrebbero verificarsi: siamo o non siamo noi occidentali il faro della civiltà, il modello sociale e politico da seguire? I nostri padri, i nostri nonni non hanno forse sconfitto il nazifascismo, la barbarie, le orrende forze della regressione? La nostra civiltà, il progresso tecnologico non parlano per noi? Be', qualcosa è andato storto, perché quelle stesse immagini si sono incarnate nelle nostre sfarzose strade, nelle nostre plutocratiche città, nella nostra civilissima nazione. Già, "civilissima".
Dunque, una domanda s'impone: con lo sgombero del centro Baobab, nella civilissima capitale d'un civilissimo Paese, giustizia è stata fatta? I suoi mandanti ed esecutori non si sono chiesti a quale destino andavano incontro quegli esseri umani chirurgicamente sfrattati, già colpiti da un destino più che tragico? (Un destino la cui tessitura, è bene ricordare, è opera nostra, dei Paesi ricchi e potenti, costituzionalmente imperialisti, che fomentano guerre, devastazioni, che operano selvaggi sfruttamenti di territori di risorse e di essere umani). E se insensibili ai risvolti umani e umanitari, non hanno considerato costoro le drammatiche emergenze che una tale diaspora avrebbe determinato sul territorio?
In realtà quella che le persone di buon senso e ancora un filino sensibili alle questioni umanitarie è una situazione inaccettabile per i diritti umani, per i nuovi portatori della banalità del male, dell'odio sociale razzista strumentalmente canalizzato verso i poveri, è una manna dal cielo. Per un Ministro dell'Interno che si vanta spudoratamente di avere un'anima da sbirro, che interpreta le sue funzioni come fosse uno sceriffo nel selvaggio West, per un'improbabile Sindaca alla costante disperata ricerca di consensi per puntellare manifeste incapacità a rivestire il delicato ruolo, una situazione come quella determinatasi a Roma è un'occasione politica da cogliere al volo per consolidare la figura che si sono artatamente costruiti con una martellante campagna mediatica.
Contro costoro, contro la nostra inerzia, il nostro pietoso silenzio, agisce un gruppo di volontari, privati cittadini e operatori sociali dell'associazione 'Baobab Experience', che nella barbara latitanza delle istituzioni ha continuato a dare una prima accoglienza ai migranti in una tendopoli, con il solo supporto di associazioni mediche e legali e della rete costituita con attivisti dei diritti umanitari nazionali ed europei.
E noi tutti, spettatori inerti? Abituandoci pian piano a simili inverecondi spettacoli di masse umane trattate come oggetti da rimuovere e gettare via, negando il nostro sostegno agli attivisti che operano sul campo cercando fattivamente delle soluzioni, accettando con la nostra passività che sia questo l'unico modo per gestire emergenze umanitarie: ebbene, in tal modo non ci trasformiamo in silenziosi e conniventi sostenitori di questi atteggiamenti che del fascismo hanno i modi e lo sprezzo per la vita umana trincerato dietro un'ipocrita idea del rispetto della legge? Con la nostra acquiescenza non avalliamo il macabro progetto di trasformare questo Paese in un privato parco giochi di autoritarismi spettacolarizzati? In fondo, è così che si diventa fascisti, senza volerlo.