Tria vorrebbe fare qualche concessione alla Ue sulla manovra: Salvini e Di Maio lo bloccano

Il ministro dell'Economia disposto a qualche concessione a Brucxelles che chide di cambiare la legge di bilancio. Il muro di Lega e M5s: i fondamentali non cambiano. In serata il consiglio dei ministri

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13 Novembre 2018 - 09.08


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Una giornata per mettere a punto la lettera di risposta del governo alla Commissione Ue, che chiede di modificare la manovra del 2019. Le posizioni nella maggioranza restano comunque ancora distanti. Da una parte il ministro dell’Economia Giovanni Tria, aperto al dialogo e disposto a qualche concessione a Bruxelles. Dall’altra i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che sono tornati ad affermare che i pilastri “fondamentali” della manovra non cambiano.
Tria sarebbe disposto a ritoccare al ribasso l’obiettivo della crescita programmata per il 2019, portandola dall’1,5% previsto all’1,3%, senza con modificare l’obiettivo di deficit del 2,4%. Dal M5s e dalla Lega però sono arrivate chiusure e forti perplessità.
In Parlamento intanto sono sfilate ieri le principali istituzioni in audizione e senza eccezione hanno puntato il dito sulle stime di crescita ritenute eccessivamente “ottimistiche”. Anche perché secondo l’Ufficio parlamentare del bilancio, ed anche Confindustria, una delle misure chiave come la riforma della legge Fornero sulle pensioni darà risultati lontani dalle aspettative. Con le nuove regole previdenziali, è l’allarme dei tecnici del Parlamento, l’assegno che si intascherà sarà più leggero: la sforbiciata oscillerebbe dal 5 al 30%.
Dunque, si potrebbe arrivare a prendere fino ad un terzo in meno se si decide di anticipare di 4 anni l’uscita. Il sottosegretario al lavoro Claudio Durigon, della Lega, difende però l’operazione assicurando che non ci saranno tagli: “chi uscirà con quota 100 – assicura Durigon – avrà una rata pensionistica basata sugli effettivi anni di contributi e non anche sugli anni non lavorati”. Ma proprio il rischio di intascare una pensione più light potrebbe far sì che molti vi rinuncino: “una conseguenza nei fatti da auspicare, perché altrimenti – evidenzia sottolineando il paradosso il presidente dell’Upb Giuseppe Pisauro – salterebbero i conti”.
La platea potenziale per il 2019 sarebbe di “437.000 contribuenti attivi e quindi se uscissero tutti si registrerebbe un “aumento di spesa lorda per 13 miliardi”. Il doppio di quanto quantificato dal governo.
Traballa anche, osserva questa volta il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, il ragionamento per cui la nuova riforma previdenziale garantirebbe il turn over e quindi l’occupazione giovanile: difficile che “i benefici siano automatici”.
E non appare più semplice la messa a punto dell’altra norma-cardine della legge di bilancio: le difficoltà dell’attuazione del reddito di cittadinanza spaventano anche un sottosegretario e esponente pentastellato come Stefano Buffagni: “Una misura fondamentale ma deve essere equilibrata”, dice.
Nonostante il governo sembri allontanarsi di nuovo dall’idea di rivedere il quadro macro, insieme all’Upb anche l’Istat, Corte dei Conti e Abi mettono in guardia gli alleati gialloverdi dal rischio di dover rifare i conti a breve. “Un mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica in modo marginale per il 2018 – dice l’Istituto nazionale di statistica – ma in misura più tangibile per gli anni successivi”.
Che lo scenario economico si sia deteriorato rispetto alle previsioni di appena qualche tempo fa, lo ha riconosciuto lo stesso ministro dell’Economia Tria, che – secondo quanto viene riferito da esponenti di maggioranza – sarebbe stato tentato dal rivedere i dati del Pil incontrando però il muro della Lega e del M5s. La risposta a Bruxelles non è ancora stata messa nero su bianco ma lo sarà obbligatoriamente entro stasera sera. Intanto, lo spread continua a viaggiare a ritmi sostenuti e chiude in rialzo a 304 punti base restando quindi fonte di preoccupazione per gli interlocutori nazionali e internazionali.

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