Matteo Salvini e l'antipolitica della paura

Il leghista personifica la negazione d'una politica virtuosa, strumento di partecipazione democratica e salvaguardia dell’interesse collettivo

Salvini e Orban

Salvini e Orban

Giuseppe Costigliola 20 ottobre 2018

Nel ragionare sull’attività politica dei figuri che in questi tempi bui malgovernano il nostro disastrato Paese, ci si lamenta spesso della loro assoluta impreparazione, dei modi rudi, incolti, goffi e antidemocratici con cui interpretano il delicato ruolo che rivestono. L'agire politico di Matteo Salvini è in tal senso un caso paradigmatico: aggressivo, tracotante, irrispettoso del gioco democratico e delle più elementari forme di diritto. Il suo discorso pubblico è rudimentale, semplicistico sino all’eccesso, ridotto all’anatema. La sua abilità consiste nell’intercettare un tema di grande impatto emotivo e nel trovare un capro espiatorio dei desideri e delle colpe di tutti. Per lui c’è sempre una casella del male da riempire, un nemico da discriminare, da demonizzare, e se manca lo si crea. Quella dell’Altro è una estraneità da lui percepita come pericolosa, distruttiva, a partire dalla quale si plasma e si consolida la propria identità, un’identità quindi non affermativa, condivisa, ma creata ad excludendum, sulla base di un vieto cumulo di stereotipi – noi siamo ciò che voi non siete: civili, progrediti, onesti, lavoratori, e così via. La sua è una forma primitiva di politica, impermeabile alla critica, non più bisognosa di legittimazioni ideologiche e fondata sulla paura e sul disprezzo del diverso, che fabbrica da sé i suoi nemici e vuole essere giudicata in base ad essi e non per la sua capacità costruttiva del vivere civile, per i risultati ottenuti in questo complicato processo. I concetti che espone sono rozzamente formati dal più ottuso senso comune, dal cliché retrivo che pretende di rivelare un fenomeno sociale ma che in realtà ne occulta la comprensione. Anche perché di comprenderlo, quel fenomeno, quale esso sia, a lui non interessa punto. A interessarlo è il potere in quanto tale, l’affermazione del proprio pensiero autoreferenziale, funzionale ai gruppi e alle élite che lo sorreggono. Gl’importa solo bucare lo schermo, occupare l'universo mediatico in modo che le sue parole abbiano la massima risonanza.
Come nei talk show e negli interminabili dibattiti in rete, in questo modo di fare politica v'è quindi il totale azzeramento della dimensione dialettica, di ogni possibilità di dialogo, di mediazione, d’incontro. Si afferma così una soggettività assoluta della pratica politica, un linguaggio privato che rimanda solo a se stesso, che crea da sé i propri “valori”, contro cui s’infrange ogni possibilità di attenersi all’oggettivo, al caso concreto. E cosa ancora più grave, questo parlarsi addosso, senza contraddittorio, libera chi lo fa dalla responsabilità di rispondere del proprio agire politico: il discorso diventa assoluto, sciolto da ogni vincolo, esente da ogni verifica.
Salvini personifica dunque l’antipolitica, cioè la negazione d'una politica virtuosa, strumento di partecipazione democratica e salvaguardia dell’interesse collettivo: rappresenta insomma il massimo pericolo per una democrazia. Un’antipolitica che trova fertilissimo terreno nella drammatica situazione che stiamo vivendo, con le disuguaglianze economiche e sociali, la cronica mancanza di lavoro e le crisi economiche che si susseguono senza tregua, la perdita di certezze, la partecipazione democratica mortificata e svilita, la solitudine esistenziale, la paura e l'esecrazione del diverso: da tutto ciò il discorso antipolitico d'un Salvini trova la sua forza propulsiva, servendosene per alimentare un immaginario collettivo saturo di negatività, incertezza, minaccia, perdita, paura dell’ignoto, in un continuo processo perverso. In tal modo egli si fa portavoce della “gente che non ne può più”, di una massa isterica animata da passioni distruttive, ne cavalca la gigantesca onda di risentimento, di rabbia, di violenza, di crudeltà, financo di infantile cattiveria. Anche così si spiega il consenso ottenuto in larghe fette dell’elettorato, che sembra dare ragione a questa regressiva antipolitica: la ragione violenta dell'inciviltà.
Parliamoci chiaro: ci eravamo illusi di aver sconfitto questo modo di esercitare il potere arcaico, reazionario, oscurantista, e così non è. A questo punto, a tutti coloro che vivono come un oltraggio questo risorgente fascismo si pongono degli interrogativi angoscianti: come sconfiggere una simile barbarie? Quale politica – intesa come programma di governo, ma prima ancora quale modo di organizzare in senso civile la vita sociale e le relazioni tra gli individui – contrapporre per arginare un tale abbrutimento? E poiché non esiste (né è mai esistito) un salvatore della patria, dovremo forse tutti assumerci la responsabilità di estirpare questo tumore che sta divorando il nostro già fragile corpo sociale. Prima che sia troppo tardi.