Non consoliamoci con il bambino, la gente che applaude Salvini a Viterbo è ciò che preoccupa

Possono i giornali d'Italia per giorni attaccare Salvini usando un gesto infantile di un bambino che forse neanche sapeva cosa stava succedendo?

La folla a Viterbo

La folla a Viterbo

Giuseppe Cassarà 7 settembre 2018

Sarebbe bellissimo se quel bambino che ha mostrato il pollice verso a Matteo Salvini mentre questi riceveva le ovazioni della folla in delirio a Viterbo fosse davvero un raggio di speranza. Sarebbe bellissimo se in quel gesto innocente, libero e giocoso ci fosse tutta la saggezza del fanciullo che urlò “il re è nudo” all’imperatore che sfilava senza nulla addosso se non la sua tracotanza, conscio della paura del popolo che mai avrebbe osato ribellarsi alla volontà del sovrano.
Ma non è così: non solo perché non siamo in una fiaba, ma anche perché il re è tutt’altro che nudo. Anzi, è ben al caldo, avvolto nella sua stragrande maggioranza che, mentre il bimbo mostrava il pollice in giù, lo osannava per le strade come un combattente vittorioso di ritorno dalla guerra.
Francamente, l’opposizione tutta (da quella politica a, soprattutto, quella giornalistica) che trova giusto attaccarsi al gesto di un bambino assolutamente slegato da qualsiasi contesto - non sapremo mai se quel gesto fosse effettivamente rivolto a Salvini, neanche sappiamo se il bimbo sappia cosa stia facendo Salvini a questo paese - è molto, molto triste. Trovare, in un video agghiacciante come quello di Viterbo, un nanosecondo di simil-opposizione e rilanciarlo su ogni social per giorni, eleggendo quel pollice a simbolo di un’Italia che non si arrende è, questo sì, roba da favolette.
È sintomo di un’Italia che non solo si è arresa, ma che non se ne rende neanche conto. È simbolo di una generazione che pensa, beata ingenuità, che si possa fare opposizione culturale usando stilemi e metodi che questo governo e chi gli va dietro ha già abbondantemente distrutto, svuotandoli di ogni significato. E io riesco solo a immaginare lo staff di Salvini, riunito per affrontare la giornata, che guarda e riguarda quel bambino a Viterbo e non riesce a smettere di ridere, pensando a quanto sia caduta in basso l’opposizione. E non sforzandosi nemmeno di trovare una risposta, perché cosa vuoi rispondere? Attacchiamo il bambino? Prendiamo in giro la sinistra che, anziché vedere la trave della folla osannante del sequestratore dei migranti della Diciotti, vede la pagliuzza di un gesto infantile?
Questa protesta da cameretta, questa opposizione da pastelli colorati e bandiere arcobaleno ha fatto il suo tempo. Lo dico e lo penso con un’enorme tristezza nel cuore, ma è necessario rendersene conto. Non siamo più contro Berlusconi: non vinceremo questa battaglia non solo contro Salvini, ma contro un enorme, gigantesco movimento reazionario che si sta mangiando quel poco di buono che esiste in Occidente, pensando che “in fondo siamo gente per bene”. Non lo siamo. O meglio, non lo siamo tutti e anche noi, sinistra intellettuale e impegnata, lo siamo molto meno di quel che crediamo. È il momento di fare un mea culpa, di indagare a fondo noi stessi per capire come abbiamo fatto ad arrivare fin qui, come abbiamo potuto essere così distratti, così ciechi da pensare che questo mostro di odio e intolleranza fosse stato sconfitto. Bisogna ripartire da noi, ricostruire una cultura politica di opposizione, abbandonando l’idea che si possa tornare a com’era prima. Il mondo sta cambiando, è già cambiato. Meglio capirlo, prima di venirne travolti. E meglio anche lasciare stare i bambini, senza renderli bandiere inconsapevoli di un’opposizione che non esiste.