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Fanno i feroci con migranti e poveri mentre ricevono soldi e favori da Parnasi

La denuncia di Cantone: gli imprenditori finanziano la polica per strumentalizzarla per i propri interessi

Corruzione
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globalist

17 Giugno 2018 - 10.17


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Cosa dire? Fanno gli spietati e i feroci con gli ultimi. Con i migranti e adesso con le Ong indicate come la causa principale di tutti i mali.
Poi emerge che in Italia c’è una classe politica foraggiata dai ricchi – in forma lecita o talvolta illecita – e che si mette al servizio di chi la finanzia.
Nulla di diverso per quanto avviene negli Stati Uniti con la potente lobby della armi, la Nra, che paga le campagne elettorali e poi al Congresso e nei vari Stati ha dalla sua parte una classe politica prona e sempre pronta a proteggere gli interessi.
 Il caso Parnasi Stadio della Roma è uno spaccato che dovrebbe far riflettere molto e molti. L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ha determinato una condizione di molto peggiore: politici al guinzaglio dei ricchi e dei finanziatori. Una politica che invece di essere al servizio dei cittadini alla fine serve chi paga. E sicuramente i migranti o i braccianti di Gioia Tauro non pagano.

Cantone: politica al servizio degli imprenditori

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 “Nel periodo di tangentopoli il sistema era gestito dalla politica che utilizzava la corruzione come strumento di finanziamento illecito. Oggi la politica non è un fine, ma un mezzo”, “spesso più che utilizzare viene utilizzata e a sua volta usa gli imprenditori per trovare voti e per dare lavoro: ha un ruolo subordinato”. Lo dice il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, in un’intervista al Mattino. Rispondendo ad una domanda su quanto emerso nell’inchiesta sullo Stadio, Cantone afferma che “il caso Roma è in linea con il sistema che abbiamo descritto coinvolgendo organizzazioni imprenditoriali che si muovono per i loro interessi e strumentalizzano pezzi di politica o pezzi del mondo che gira intorno alla politica”. “Sono interessanti – rileva – la figura del facilitatore che viene chiamato per risolvere i problemi e il ritorno del finanziamento della politica che finisce con il condizionarla”.
Soldi a tutti: il sistema Parnasi
Dall’inchiesta sullo Stadio della Roma è infatti emerso che la rete creata da Parnasi era capace di raggiungere tutti gli schieramenti e in larga misura trovava la sua ragione d’essere in una serie di finanziamenti che l’imprenditore aveva spalmato trasversalmente. Circa 250mila euro erano stati dati a un’associazione vicino alla Lega nel 2016 mentre da una telefonata del gennaio 2018 con una sua collaboratrice gli inquirenti hanno potuto stilare una lista dei “beneficiari” che erano politici di destra e di sinistra che avevano ricevuto somme che andavano dai 5 ai 15 mila euro. Gli inquirenti stanno tuttora analizzando i finanziamenti: alcuni “sarebbero leciti, altri illeciti e altri ancora da verificare”, hanno fatto sapere.
Ma il risultato non cambia: un politico che ha intascato il denaro di un imprenditore o di un costruttore, per quanto lecitamente, una volta eletto sarà imparziale o favorirà gli interessi di chi l’ha finanziato? La risposta è fin troppo evidente.
In una conversazione del 5 marzo, l’imprenditore parlava invece con un suo collaboratore della procedura da seguire per formalizzare la restituzione di un contributo elettorale da parte di Daniele Piva, candidato degli M5s non eletto alla Camera dei deputati e anch’egli finito nel registro degli indagati. “Ti devo mandare il bonifico che abbiamo fatto a Piva – dice Parnasi -, era quello che è venuto…braccio destro di Di Maio, tanto per essere chiari, purtroppo è stato trombato…lui ha detto che ci rimborsa il finanziamento perché non li può spendere.”.
Delle due l’una: o Parnasi (e tutti quelli come lui) era Babbo Natale oppure si trattava di un investimento. Come quelli che faceva Buzzi: pagare tutti per essere ricompensati con i favori. Accadeva ai tempi di Roma Capitale, accadeva ai tempi del M5s al Campidoglio.

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