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Cosa ci fanno tanti tunisini a Lampedusa? Gli interrogativi dopo la denuncia del sindaco

Vengono da un Paese che, dopo la cacciata del dittatore Ben Ali, non dovrebbe essere tra quelli che permettono di avere lo status di rifugiati. Eppure arrivano in tanti, dopo qualche anno di blocco grazie agli accordi con l?italia

Immigrati a Lampedusa
Immigrati a Lampedusa

Diego Minuti

17 Settembre 2017 - 12.12


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L’italiano-tipo  (istruzione medio/alta, che legge i giornali e segue la tv, che non è razzista né d’antan o di ultima generazione) ha forse letto con relativo interesse le dichiarazioni del sindaco di Lampedusa, Totò Martello, sulle condizioni di invivibilità che ci sono sull’isola a causa del sovraffollamento di immigrati in attesa di conoscere la loro sorte. Il problema sollevato è invece serio perché riguarda la percezione della sicurezza e come essa venga vista se messa, realmente o meno, in pericolo dalla presenza del ‘diverso’. Ma, nell’insieme delle tematiche proposte dal sindaco, vorremmo soffermarci su un passagio del suo ragionare quando afferma, mettendo in sostanza il dato numerico al confronto con le dimensioni dell’isola, che a Lampedusa si aggirano centinaia di tunisini, 180 a suo dire. Un numero notevole, ma che non sorprende più di tanto se raffrontato all’insieme delle problematiche dell’immigrazione nelle sue varie componenti.
Ma questa presenza massiccia di tunisini – ed è questo che mi chiedo – dove trova la sua giustificazione? Questi soggetti – nella quasi totalità di sesso maschile, perché nelle logiche dell’emigrazione clandestina dalla Tunisia le donne non sono contemplate – arrivano in Italia con la speranza di restarvi. Ma a che titolo? Ed è qui che il ragioamento si fa complesso perché ad essi non dovrebbe essere concesso il riconoscimento di rifugiati politici, che invece chiedono altri immigrati provenienti da Paesi le cui condizioni giustificano tale richiesta.
Dopo la cacciata del dittatore Ben Ali, la Tunisia è una democrazia dove ciascuno ha diritto di esprimere le proprie idee in tutte le istanze. Una condizione di totale novità a partire dal 2011 perchè nemmeno sotto Bourghiba la Tunisia aveva molti spazi di democrazia. Ma ora tutto è cambiato. Però, e torniamo al nostro ragionamento, subito dopo la caduta del dittatore, migliaia di tunisini – partendo dalle spiagge di Djerba o Zarzis – cercavano di partire alla volta dell’Italia potendo accampare come motivazione l’incertezza del clima politico, con il post-rivoluzione che, con la libertà, aveva portato anche il caos. Migliaia di partenze e migliaia di arrivi appunto a Lampedusa. Tanto che, davanti all’enormità dei numeri, l’Italia decise di trovare un accordo con le autorità tunisine. Che garantirono all’Italia di stringere, anzi chiudere i rubinetti, perché gli italiani, avrebbe detto il poeta, ”dona ferentes”. Doni portati a piene mani dagli allora ministri Maroni e Cancellieri. E stretta c’è stata, ma fino a che dalla Tunisia non sono ricominciati in tempi recenti i viaggi.
A meno che non ci sfuggano dei passaggi sostanziali ed in cogenza delle leggi, nel momento in cui un immigrato arriva clandestinamente da un Paese che non può essere per lui un rischio a causa delle sue idee o della sua religione o della sua sessualità, esso deve essere identificato e, esperiti i controlli (che non dovrebbero essere molto complessi) rispedito da dove è arrivato.
Ed allora, come si spiegano i 180 tunisini ormai stanziali a Lampedusa? Da quanto tempo, dal momento del loro arrivo alla loro identificazione, i tunisini sono nel limbo dell’eventuale concessione di un permesso, anche temporaneo, a risiedere in Italia? Le risposte potrebbero essere chiare e non soggette ad interpretazione,  ma forse sarebbe il caso che qualcuno le spiegasse, magari per allontanare dei cattivi pensieri sul perché i tunisini e solo loro sembrano ‘ultra legem’

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