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La sospetta fede assoluta dei renziani

Aveva affermato che il segretario dei democratici se ne doveva andare e ho suscitato tante ire. Provo a spiegare ancora una volta perché la penso così

Matteo Renzi
Matteo Renzi

David Grieco

27 Giugno 2017 - 12.54


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Cari amici di Globalist,
l’articolo “Caro Renzi, te ne devi andare” ha suscitato le ire di tanti fedeli renziani, qui e un po’ dappertutto sul web, principalmente su Facebook. Poiché a Facebook non sono iscritto e non intendo iscrivermi, torno su queste pagine.
Nell’articolo “Caro Renzi, te ne devi andare”, scritto a caldo la sera di domenica scorsa in seguito agli ennesimi, rovinosi risultati elettorali del Pd, ho buttato giù in pochi minuti 14 motivi che secondo me rendono a dir poco doverose le dimissioni dell’attuale segretario del Pd Matteo Renzi. Se non lo avessi scritto con foga, avrei potuto elencare altri motivi, direi almeno il doppio.
Nelle reazioni irate dei renziani, come al solito non ho notato risposte nel merito.
Le uniche cose che i renziani oppongono a qualunque ragionamento avverso sono le seguenti: 1) I nemici di Renzi sono quei milioni di cittadini di ogni provenienza politica che hanno votato No al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, sono biechi e retrogradi, e ci hanno impedito di modernizzare l’Italia; 2) Renzi è stato eletto segretario del Pd con una maggioranza schiacciante, pertanto non si può dissentire, bisogna solo ubbidirgli.
Eppure, la straordinaria, imprevista affluenza al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso ha rappresentato uno dei rari momenti positivi della nostra fragile democrazia. Io ho votato No allo stravolgimento della nostra Costituzione, e ho espresso il mio voto insieme a milioni di persone che non conosco e che in generale non la pensano affatto come la penso io. È esattamente questa una democrazia compiuta. Senza dimenticare che era stato “The Economist”, e non il fazioso D’Alema, a bocciare senza riserve la riforma costituzionale renziana pochi giorni prima del voto, definendola un pericolo per la democrazia nel paese che ha dato i natali a Mussolini e Berlusconi.
Stenderei un velo pietoso sull’elezione di Renzi, non tanto per il mercimonio di voti che si è potuto riscontrare un po’ ovunque, ma soprattutto per il fatto che buona parte degli oppositori di Renzi all’interno del Pd avevano già tolto il disturbo. Hanno fatto male ad andarsene? Può darsi. Ma quando la politica la si fa con umana passione, e la passione è proprio ciò che manca oggi alla politica, si può e si deve anche sbattere la porta. Nemmeno tanti anni fa, neppure presso le frange più staliniste del vecchio Pci, si è mai registrata un’intolleranza tale verso le opinioni diverse.
Veltroni lasciò la direzione del Pd che aveva fondato e portato al 34% al primo appuntamento elettorale perché sentì mancare attorno a lui la passione, e fece accomodare al suo posto un democristiano puro come Franceschini. Quando rassegnò le dimissioni, Veltroni aveva più del doppio dei voti dell’attuale Pd. Ha sbagliato Veltroni? Può darsi. Ma sta di fatto che è stato onesto ed è stato democratico. Anche Massimo D’Alema, senza esitazioni, rassegnò dimissioni non richieste dopo una sconfitta elettorale.
Questa è una regola non scritta, ma assolutamente fondamentale, in democrazia. Nel resto d’Europa, questa regola la osservano anche a destra. Dopo una chiara sconfitta elettorale, si fanno le valigie. Anche Cameron lo ha fatto dopo Brexit. E non si rientra subito dalla finestra, come ha fatto Renzi, mettendo su un nuovo governo identico al suo con un nuovo premier assediato dai suoi per correre ad impossessarsi di un partito ormai completamente svuotato e snaturato.
I risultati di domenica hanno sentenziato in modo evidente che operai, disoccupati, pensionati, e larga parte dei giovani non votano per il Pd. Le frange più deboli della nostra società voterebbero qualunque cosa pur di non votare il Pd di Renzi. Questo è il dato devastante. Perché essere di sinistra significa essere sempre dalla parte dei più deboli, almeno su questo credo non ci sia da discutere.
Del resto, se la politica può essere sempre opinabile, l’antropologia non lo è. Il Pd di Renzi a Roma e altrove trionfa in quartieri come i Parioli, prende sempre meno voti e li prende presso gente egoista, satolla, che lavora poco e a cui non manca niente, e che non vuole assolutamente perdere i suoi privilegi.
Fa rabbia sentir parlare Salvini, la Meloni o i seguaci di Grillo di “comunisti con il portafogli pieno”. Gli elettori di Renzi sono tutt’altro che comunisti, lo sanno bene Salvini, Meloni e i grillini. Essi rappresentano quella che un tempo chiamavamo la borghesia. Nel 1974, si avvicinarono in modo ipocrita e furtivo al Pci di Berlinguer, perché avevano bisogno del divorzio, e ci diedero una vittoria comunque molto importante per la giovane e controversa democrazia italiana.
Ora non possiamo nemmeno più chiamarla borghesia. È gente per lo più arricchita dalla corruzione e dall’evasione fiscale che regna indisturbata nel nostro paese. È gente anche iscritta da tempo il Pd, come una blogger bolognese tifosissima di Renzi che tempo fa, dopo essersi esibita in inquietanti affermazioni razziste, replicò dicendo che lei non poteva certo essere definita razzista perché aveva una coppia di filippini che da anni lavorano in casa sua.
Il Pd di Renzi non ha più un elettorato di riferimento e sembra destinato a perdere voti in modo inesorabile, come in un conto alla rovescia. Destinato a sparire presto, come la Dc e il Psi, perché i suoi elettori sono ancora più opportunisti di tanti suoi esponenti, perfino di Renzi.
Ecco perché Renzi SE NE DEVE ANDARE.
David Grieco
PS: un caloroso e sincero saluto al mio amico e collega Giancarlo Governi, dal quale tutto mi divide, a parte la simpatia calcistica, Alberto Sordi e Totò. Questo è il bello di Globalist, questa è la democrazia.

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