Caro Enrico Berlinguer ti vogliamo sempre bene

In occasione dell'anniversario della scomparsa del segretario del Pci, ripubblichiamo il saluto che gli fece Roberto Benigni:

Benigni e Berlinguer

Benigni e Berlinguer

globalist 11 giugno 2020

Una vita sprecata. La mia. Perché non si può tornare indietro nel tempo? Io invece ci ritorno. Ecco, siamo nel 1970, ho 18 anni, non so niente di teatro, di cinema, di comicità; una sola aspirazione: la medicina. Mi iscrivo all’Università. Laureato a pieni voti. Un tirocinio esemplare. Si comincia a parlare di me. Sempre di più. Mi specializzo in ictus cerebrale. Ma perché? Perché sì! Sono sempre più famoso, il più grande ictusologo del mondo. Si parla di me all’estero. Passa il tempo. E’ il 1984, 7 giugno, giovedì. Sono a Padova a cena da un mio cugino.

Non mi piace la politica. Mi piace Berlinguer. Andiamo a sentirlo. Sono in mezzo alla folla, nelle ultime file, ma riesco a vedere. Entra Berlinguer, noto subito che c’è qualcosa che non va nello sguardo. Comincia a parlare, l’articolazione non mi piace. Non ho più dubbi. Salto come in preda a un raptus in mezzo alla folla, arrivo fino al palco, le guardie del corpo mi fermano, riesco a passare, mi blocca Tatò; gli spiego la situazione, Tatò mi crede, effettivamente Berlinguer non si sente bene. Andiamo all’ospedale di corsa, dicendo alla folla di aspettare; faccio stendere Berlinguer, dopo venti minuti usciamo, sta benissimo. “Grazie dottor Benigni”, “Niente caro Berlinguer, ti voglio bene”. OH, mi viene da piangere. Io non sono un medico, il 7 giugno non ero a Padova e non ho mai sentito nominare l’ictus cerebrale. Non so niente. Sento sempre quei tremendi bollettini medici che parlano di “attività elettrica” e ogni volta mi sembra che Berlinguer stia male solo perché non ha pagato la bolletta della luce. Si sa chi muore ma non si sa chi nasce. Mi sarebbe piaciuto di più scrivere queste righe per la nascita di Berlinguer, invece quando nacque non se ne accorse nessuno. Una volta, a un festival dell’Unità,per ricambiare tutte le volte che mi ero sentito sollevato da lui, volli sollevare fisicamente Berlinguer in braccio. Ricordo che era leggero leggero, tant’è che gli sussurrai all’orecchio come usava fare mia madre con me: Enrico, mangia…Chissà se mangiava.
Oh, il dono breve e discreto che il cielo aveva dato a Berlinguer era di unire parole e uomini, ora la sua voce è sparita e se è vero, come dice un poeta, che la vita si spegne in un falò di astri in amore, in questi giorni è bruciato il firmamento. Adesso so che si dirà: Berlinguer è vivo, andiamo avanti, a me verrebbe voglia di dire: Berlinguer è morto, torniamo indietro. Caro Enrico, troppo presto, morire a 62 anni è come nascere a 24 mesi: uno non ci crede. E io sono sicuro che fra una settimana Berlinguer apparirà alla televisione con una bella camicia Hawayiana. Io aspetto. E se non dovesse accadere vivrò lo stesso. Natta, Ingrao e Napolitano non sono degli imbecilli.

(Pubblicato su l’Unità del 13 giugno 1984, giorno dei funerali di Enrico Berlinguer)