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Le nuovi tenzoni grilline, tra congiuntivi e algoritmi felloni

Un tal insulto rivolto a gente che sta combattendo una battaglia strenua contro il congiuntivo è perlomeno impietoso

Le nuovi tenzoni grilline, tra congiuntivi e algoritmi felloni

Giancarlo Governi

16 Gennaio 2017 - 15.37


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La barzelletta è quanto rimane della cultura trasmessa oralmente, nel nostro tempo della comunicazione di massa rapida, istantanea e in tempo reale. Ora anche la barzelletta sta segnando il passo, ma rimane nella memoria di coloro che l’hanno saputa coltivare e spesso viene in aiuto per capire in maniera intuitiva cose che altrimenti avrebbero bisogno di una maggiore elaborazione.
Ieri mi è venuta in mente questa barzelletta.
“E me disse cornuto e io niente dissi… e me disse figghio de puttana e io feci finta de non sentere… ma quando me disse individuo, signor commissario non ci ho visto più…”
Mi è venuta in mente questa barzelletta perché i grillini (dovrei dire i pentastellati ma proprio non ce la faccio, perché come diceva Totò, la mia coscienza non me lo permette) si sono sentiti dare dei fascisti, dei qualunquisti, degli incapaci, dei dilettanti e tutto il peggio del peggio ma l’insulto algoritmo non l’hanno proprio digerito. “Algoritmo a mia….!”.
Un tal insulto rivolto a gente che sta combattendo una battaglia strenua contro il congiuntivo è perlomeno impietoso. Qualcuno ha detto “ma è così importante il congiuntivo?”, non è importante perché sotto sotto il congiuntivo è una opinione, non è come la matematica che esprime certezza per cui il risultato di una operazione è quello e nessun altro. Il congiuntivo invece esprime incertezza, esprime il dubbio con è come l’indicativo che se ne sta lì a pavoneggiarsi perché esprime la certezza. Quindi in un mondo che vuole certezza dobbiamo essere grati a coloro che hanno dichiarato guerra al congiuntivo. E che non possiamo distrarre da questa battaglia impegnandoli a decifrare algoritmi e facezie varie. Voi direte: c’è Wikipedia che sbrigativamente in quattro e quattrotto, senza bisogno di consultare le ingombranti enciclopedie cartacee, dicono i significati delle parole. Come se fosse facile, provate voi a decifrare queste parole di Wikipedia. Ci vorrebbe Turing quello che decifrò il codice Enigma dei nazisti: “Nel secolo scorso, il concetto di algoritmo venne formalizzato per risolvere il problema matematico della “decisione” (Entscheidungsproblem), posto da David Hilbert nel 1928, e altre successive formalizzazioni giunsero con lo sviluppo dei concetti di “calcolabilità effettiva”]e di “metodo effettivo”. Le formalizzazioni matematiche più famose sono le funzioni ricorsive di Gödel–Herbrand–Kleene del 1930, 1934 e 1935; il Calcolo Lambda di Alonzo Church e la Formulation 1 di Emil Post del 1936; e, infine, la Macchina di Alan Turing del 1936–37 e 1939. Nonostante ciò, una definizione delconcetto di algoritmo che sia formale e non tecnica manca tuttora  e si è pertanto costretti ad accontentarsi dell’idea intuitiva di algoritmo come: “una sequenza ordinata e finita di passi (operazioni o istruzioni) elementari che conduce a un ben determinato risultato in un tempo finito”.
Alla faccia del bicarbonato di sodio! Direbbe sempre il Principe De Curtis. Prima fateci vincere la battaglia contro il congiuntivo e poi si vedrà, senza contare che De Maio ha intenzione di dichiarare guerra anche alla “consecutio temporum”. Poi potremmo dire: “Algoritmo, vile fellone, a noi due!”. Una battaglia per volta.

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