La Sinistra a un bivio storico: riformismo o massimalismo

La sinistra italiana deve scegliere: la strada del governo o quella della opposizione? [Giancarlo Governi]

Commento di Giancarlo Governi
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Giancarlo Governi Modifica articolo

3 Gennaio 2017 - 16.24


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Dopo il risultato del referendum mi ero ripromesso di non parlare più di politica, anche perché non sono un politologo ma un semplice cittadino che ha considerato la politica il sale della vita sociale ed economica. Politica come gestione della polis, che in greco è la città ma in senso lato significa stato, quella serie di norme di comportamento e di leggi che sono alla base del nostro vivere insieme. E quindi come cittadino cresciuto si può dire a pane e politica ho pensato di non potermi astenere dal parlarne e da commentarla.

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Al referendum sono stati dati significati distorti perché molti elettori che hanno votato no non hanno espresso il loro voto alla riforma costituzionale, ma hanno riversato su quel no tutto un universo di scontento. Nonostante ciò il referendum è stata una occasione per farci parlare di politica, una abitudine che avevamo perduto, ma ragionare di politica è difficile, è più facile essere contro da sinistra e da destra. Il no viene più facile, è più comodo. Ma chi ha una concezione progressista e riformista della politica non può trincerarsi in maniera preconcetta dietro a un no. E’ condannato a ragionare e anche spesso a dire no ma anche sì.

Io non sono mai stato comunista, anche se ho sempre riconosciuto al partito comunista italiano, quello di Togliatti prima e quello di Berlinguer poi, un ruolo fondamentale nella costruzione dello stato democratico e nella sua difesa. Al partito comunista italiano non ho mai rimproverato la sua dipendenza da Mosca, da cui in realtà ha cercato sempre di liberarsi, ma la sua concezione egemonica della sinistra. Al governo, o andiamo noi o non ci va nessuno, era lo slogan occulto dei comunisti italiani, per cui si sono sempre rifugiati dietro una comoda finta opposizione che in realtà per decenni è stata una condivisione del potere con la Democrazia Cristiana.

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Negli stessi decenni il Partito Comunista Italiano si è opposto con veemenza a tutti i tentativi che la sinistra italiana, quella socialista e riformista, ha fatto di assumersi responsabilità di governo. Negli anni Sessanta con Pietro Nenni e venti anni dopo con Bettino Craxi. Il primo dimenticato e il secondo crocefisso. Eppure i governi di centro sinistra hanno avuto momenti felici e anche di riformismo progressista. Basti pensare alla nazionalizzazione dell’energia elettrica che tolse alla speculazione privata un settore strategico nello sviluppo economico, alla riforma della scuola, allo statuto dei lavoratori e alla istituzione della pensione minima anche a coloro a cui non era stato versata neppure una lira di contributi.

Il governo Craxi abbatté l’inflazione che stava travolgendo la nostra moneta e la nostra economia vincendo da solo un referendum abrogativo che il partito comunista gli aveva scatenato contro.

Nella seconda repubblica il Partito Comunista si è diviso, una parte, la migliore appoggiando e spingendo tutti i movimenti riformisti della sinistra, rappresentati da Romano Prodi, l’altra parte, quella coriacea e restia a modernizzarsi e per di più arroccata su posizioni di potere personale, rappresentata da D’Alema, pronta ad ostacolare tutti i tentativi di costruire una vera sinistra riformista di governo. Prima è stato spazzato via Romano Prodi e ora Matteo Renzi.

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Ora la sinistra italiana, il Partito Democratico (in cui si ripropongono le anime storiche del socialismo italiano, quella massimalista e quella riformista) è a un bivio da cui non può svicolare, da una scelta che non si può più rimandare: scegliere la strada del governo o quella della opposizione, che oggi è per forza di cose condizionata dal populismo a cui hanno dato la stura la elezione di Trump e la vittoria del no al referendum.

Scegliere la strada del governo, significa scegliere la strada più impervia e scomoda. Perché significa affrontare il problema della migrazione, della crisi delle banche, di una Europa da riformare, del lavoro, soprattutto quello dei giovani, che non può essere affrontato con gli slogan ma con una politica di investimenti da una parte e di protezione e tutela del lavoro dall’altra. Tutti temi scomodi che non portano voti immediati, a sostegno delle proprie poltrone, ma vantaggi per il Paese tutto.

Il Partito Democratico doveva essere come il cappuccino, dove c’è il latte e c’è il caffè che, però, insieme fanno una terza cosa. Il cappuccino non si è formato mai, perché gli elementi non si sono fusi ma sono rimasti distintamente separati e anche in conflitto fra di loro. Forse è arrivato il momento di prenderne atto.

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