Jim Messina, dopo il flop di No Imu, di Cameron e Hillary, affossa Renzi

Non è per dire, ma su Globalist nell'ottobre scorso avevamo detto quanto sbagliato e provinciale fosse l'investimento di mezzo milione per il guru perdente di successo.

Jim Messina, ex guru
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5 Dicembre 2016 - 19.40


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Ci sono mille motivi dietro la cocente sconfitta nello scontro all’arma bianca tra Sì e No che ha causato il crollo politico di Renzi. Sicuramente l’arroganza della sfida “o con me o contro di me” non ha premiato. E lo dimostra il fatto che molti del Pd stesso hanno votato contro le indicazioni del partito. Ma è anche utile avanzare dei dubbi sulle scelte comunicative. Il Pd e Renzi non sembra abbiano colto con esattezza il codice dello scontro. L’invasione assurda berlusconiana delle tv non ha portato vantaggi, ma svantaggi. L’inesistenza di Agcom li ha rafforzati. A che serve Agcom se non ha alcun significato? L’elettore deve aver pensato: aboliamolo, e salviamo Cnel che al contrario è operativo.
Ma c’è di più. Interessante è capire la scelta sfigata del guru: Jim Messina. L’uomo che ormai conosce solo la sconfitta, un perdente di successo ma a 450mila euro a botta. Dopo la ridicola campagna No Imu di Renzi, dopo aver affossato Cameron ed aver twittato il 9 novembre scorso la notizia che la sua Hillary era in vantaggio… ha condotto Renzi per mano verso il precipizio.
Su questo tema Globalist ha pubblicato due pezzi, uno a firma Pietro Spataro, significativamente intitolato: Taglia taglia la politica non resterà che Grillo.
“Il problema è che se la riforma costituzionale si limita, nella versione propagandistica suggerita dal guru Jim Messina, a tagliare i politici, a tagliare le spese delle regioni dopo aver tagliato le province e le spese delle province e i politici delle province, a tagliare le poltrone, a tagliare gli stipendi e le indennità dei politici, alla fine taglia taglia non resterà che la barba di quel comico che i politici senza tanti complimenti li ha sommersi di vaffanculo”. Così scriveva Spataro il 6 ottobre scorso. Nel link in alto rileggete il commento completo a questo cartellone osceno. 

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Nello stesso giorno avevamo fatto arrabbiare tanti militanti del Pd per la nostra provocazione intitolata: Renzi si affida al costoso guru americano, Silvio era più scaltro.

Rileggetelo adesso, dopo i risultati e diteci se era un brutto pezzo. Cari militanti del Pd, forse dovevate prendere un antidoto contro l’assuefazione e innestare dosi di senso critico nel ragionamento. Perché solo il senso critico e non l’adorazione per il capo salvano da simili ridicolaggini. (Non è mai troppo tardi…) Ecco il pezzo.

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Provinciali, innamorati dei nomi e dei guru, amanti della cucina degli chef stellati e delle architetture delle archistar. Il Paese mediocre si fa ben rappresentare da scelte di campo basate sulla non conoscenza (ora sarebbe stato meglio parlare di ignoranza, che è più precisa, ma edulcoriamo un po’ perché la materia è bruttina davvero). Così per il referendum il Sì ha scelto ancora una volta lo spin doctor americano che tanto è amato da Renzi, quel Jim Messina, noto per la campagna 2012 di Obama, per il flop di No Imu in Italia e per aver ben consigliato Cameron nella battaglia del Remain.
Sbirciando le prime cose della campagna (il pezzo di Pietro Spataro è perfetto nell’analisi) capiamo un paio di cose: non ha idea di dove sia capitato. A parte la bruttezza estetica dei manifesti che vediamo, il qualunquismo dell’affermazione rende penoso l’approccio. Sulla comunicazione il governo è davvero all’anno zero. Non solo lo sciocchezzaio di Lorenzin, scrive Annamaria Testa: “Quella sul Fertility day non è la prima campagna fallimentare proposta dai nostri ministeri. Ci sono state, giusto per citare i casi che ho osservato più da vicino, le sconfortanti campagne per la promozione della lettura. Le imbarazzanti campagne per il turismo. Le campagne per la prevenzione dell’aids, tanto inutili quanto ipocrite. Possibile che i ministeri non riescano mai, mai, mai, a imparare dagli errori?”
Possibile, sì. Perché chi non impara è il primo della classe del Governo, l’uomo che affascinato dal mito del nome ha portato Jim Messina a 400mila euro a far una cosa veramente di bassissimo livello. Come dire: mediocre nel contenuto, ma grandiosa nel costo. Il Modello americano prima di tutto, si è detto il premier. Seguendo la strada tracciata brillantemente da Francesco Rutelli che nel 2001 si affidò a Stanley Greenberg (storico stratega di Bill Clinton) per la sua fallimentare campagna elettorale contro Berlusconi. E come fece più recentemente il sobrio Mario Monti che scelse David Axelrod.
Dagli errori non si impara niente. Meglio così. Perché in questo campo, almeno in questo, c’è da rilevare una profonda differenza tra Matteo Renzi e il suo ispiratore mediatico e politico Silvio Berlusconi. Quest’ultimo era indubbiamente un genio della comunicazione. E proprio per questa sua conoscenza mai affidò le sue sorti a guru americani. Perché?  Antonio Palmieri, storico responsabile delle campagne elettorali di Silvio Berlusconi, in un’intervista ha detto: “La realtà politica e comunicativa statunitense è profondamente diversa dalla nostra. Di conseguenza, il modello americano non è immediatamente sovrapponibile”. Come scoprire l’acqua calda.

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