Tira una brutta aria: il fascismo quello vero è invisibile e al servizio del potere

Non solo xenofobia e razzismo, il Paese è attraversato da una cattiveria conformista, da schiavi del potere finanziario e politico in ogni categoria. [Antonio Cipriani]

Il fascismo quello vero è invisibile, è obbedienza cieca e ottusa

Il fascismo quello vero è invisibile, è obbedienza cieca e ottusa

Antonio Cipriani 10 luglio 2016

Quello che percepisco di nefasto, di osceno in questa fase è la prepotenza di qualunque potere. Troppo facile dire che è razzista o xenofoba o fascista. Certo, la prepotenza lo è per definizione. Quello che colgo è una prepotenza arroganza, sbrigativa, fatta di quel potere brutto e servile, che ciondola intorno a chi il potere ce l’ha davvero. E oltre al potere i soldi. E oltre ai soldi un’aura di rispettabilità, insindacabilità, intelligenza e fascino.
Ciò che mi spaventa di più è altro: non mi spaventano i padroni del potere, quelli giocano la loro partita senza alcun contrappeso, né mediatico né politico, in attesa che qualcosa cambi gli equilibri, che qualcosa metta in discussione l’ingiustizia del sistema stesso. Mi spaventano gli schiavi.  Gli ignoranti vestiti da sapienti, i mediocri esecutori di volontà altrui che esercitano giustizia come fossero dio. I difensori di manganello, quelli di lingua, quelli di penna o iPad che si battono quotidianamente come leoni ottusi per  convincersi e convincere che non sono loro a essere dei mediocri figli di puttana, è il loro lavoro esserlo. Non sono loro ad essere delle nullità, è così che si gioca la partita.
Mi mette paura questo conformismo degli imbecilli, questo decoro degli invertebrati, la cattiveria gratuita che restituisce al peggiore un senso che vada oltre l’obbedienza passiva. I fantozzi che si ergono a intellettuali, i mezzemaniche del potere che decidono sulla vita e sulla morte, sui gradi di giustizia e di ingiustizia su come tartassare chi alza la testa e proteggere i mafiosi che, a pelle, stanno dalla stessa parte di chi dà gli ordini. Quando i servi sciocchi e addomesticati operano in sostegno dei vincitori di ogni battaglia, il livello della cattiveria diventa assoluto. In doppiopetto o in divisa, per strada, al bar o in un ufficio pubblico. 
Mi viene in mente questa riflessione dopo aver letto il racconto di un banale accadimento in una stazione di Milano, narrato con perizia e disgusto dalla protagonista del racconto stesso. Dalla scrittrice vessata, ma con un certo rispetto e forme di delicatezza che non tutti hanno potuto godere, dalle forze dell’ordine. Vi racconto la brutta aria che si respira a Milano, è il titolo del pezzo di Violetta Bellocchio dall’Internazionale. Scrive: “Il mio treno parte alle cinque. Ho appena fatto il biglietto all’automatico. Alle mie spalle, un poliziotto sta parlando a un uomo. Non puoi stare qui senza biglietto, gli dice, è vietato. Stai aspettando qualcuno? Stai partendo? No? Allora te ne devi andare. L’uomo ha la pelle scura, un cappello con la visiera, una tuta da ginnastica, pulita. Parla poco, a voce bassa. Non riesco a capire se le sue risposte sono evasive o se non conosce bene l’italiano. Il poliziotto alza la voce. Vattene, vattene. Al suo fianco ci sono due militari in tuta mimetica. Lui indica un punto del soffitto, dice, lì sopra ci sono le telecamere, sparisci. L’uomo si allontana, se ne va. Io mi guardo intorno. La stazione è affollata, il tabellone annuncia una ventina di treni nella prossima ora. Mi avvicino al poliziotto – mantenendo una certa distanza: tra me e lui ci sarà un metro – e gli chiedo cos’è successo. Buongiorno, dico, posso chiedervi cos’è successo? Cos’aveva fatto quel ragazzo? Il poliziotto mi dice, lei chi è. (Me lo dice, secco, non è una domanda). Sono… italiana?, dico. Il poliziotto mi guarda, zitto. Mi sta valutando. Mi faccia vedere i documenti, dice…”.
Una cosa da niente direte. Leggete tutta la storia e giudicate se le domande che si pone Violetta Bellocchio sono giuste o meno. La brutta aria non si respira solo a Milano. Riflettete a quello che vedete per strada, negli uffici, quando provate a far valere i vostri diritti. Non indignatevi per le cose eclatanti, ma per le ingiustizie minime. Quando un vigile dà del tu a chi ha il colore della pelle diversa dal vostro. E a voi nella stessa circostanza dà del lei. Quando leggete gli incredibilmente faziosi articoli razzisti della maggior parte dei media italiani che non raccontano la realtà, non applicano i parametri della cosiddetta libertà di stampa, ma parlano ai lettori secondo vantaggi di pubblico, parlano alla pancia del lettore che non vuole che si dica che il razzista di Fermo ha ammazzato un uomo, ma vuole assolverlo assolvendosi e leggere che “…durante una colluttazione Emmanuel ha avuto la peggio”. Sfumature che bastano da sole per determinare giudizi.
Il ruolo dei media. O dell'assenza  di informazione. Anche in questo caso a vantaggio non certo della libertà di stampa, ma dei proprietari della libertà di stampa. Penso alle vicende giudiziarie che colpiscono i No Tav. Alla gravità dei provvedimenti e al silenzio complice di tutti quelli che fanno finta che vada tutto bene Madama la Marchesa… Per esempio mi ha colpito la storia di Eddi, la venticinquenne No Tav in fuga che non può più vivere a Torino, frequentare la sua università e dovrebbe addirittura andare ai domiciliari per reati veramente lievi. Ascolto l’avvocato Claudio Novaro sulla vicenda giudiziaria a carico di Maria Edgarda Marcucci, leggo da sempre tutto, mi informo e chiedo come sia possibile che ci sia questa asimmetria? Come è possibile che la macchina giudiziaria debba battersi con questa energia e questo spirito emergenziale contro una ragazzina che dissente, contro anziane della Val Susa colpevoli di resistenza, mentre corruzione, mafia e vantaggi occulti basati sul profitto agiscano più o meno indisturbati. Come se l’unico problema del Paese fosse non più il traffico di Palermo ma chi protesta, chi va in piazza, i cittadni che cercano di difendere il proprio territorio dall’efferatezza delle scelte politiche che avvantaggiano sicuramente privati, imprese, carriere politiche e criminalità. Ascoltate l’intervista su Radio Radicale, è interessante.


Soprattutto quando immotivatamente forze dell’ordine hanno impedito a studenti di entrare nell’università, trascinando via una ragazza che cercava di difendere il proprio diritto a farlo. Quella ragazza era Eddi. Lei come Loretta. Come chiunque osi chiedere, osi mettere in dubbio. Come chissà quante persone ogni giorno, giovani, meno giovani, di qualunque provenienza geografica. In strada, negli uffici pubblici, nei tribunali.  
Nei giorni scorsi, a una cena con amici ho raccontato un paio di situazioni personali, legate alla mia purtroppo penosa vicenda giudiziaria. Da queste cose comprendi il Paese, dal razzismo esplicito, dal profitto di chi pensa solo al vantaggio personale alla faccia della collettività, dall’atteggiamento dei portaborse. Di qualunque categoria e professione. Questi quadri intermedi della mediocrità devono farci aprire gli occhi. Perché il fascismo quello vero è invisibile, è obbedienza cieca e ottusa a ordini che fanno dell’ingiustizia il proprio motivo d’essere.