D'Alema su Repubblica: pura spazzatura da un house organ del partito del Nazareno

La replica dell'ex premier: una montatura per fare di me il capro espiatorio della sconfitta

Massimo D'Alema
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16 Giugno 2016 - 09.44


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D’Alema al vetriolo. Al No secco del video di qualche giorno fa che ha fatto sorridere il web è passato ad una lunga intervista che non lascia vittime in piedi sul caso del voto alla Raggi. Non ha dubbi: “Si tratta di una montatura contro di me. Stanno cercando un capro espiatorio perché pensano che i risultati di domenica non saranno soddisfacenti come vorrebbero”. Ecco la linea di Massimo D’Alema nell’intervista a La Stampa. 

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 Né imbarazzato né sulla difensiva, ma determinato a ricostruire, nei dettagli, quanto avvenuto per smentire “le menzogne contro di me”. Su Roma è ormai calato il sole quando l’ex presidente del Consiglio decide di dare la propria versione dei fatti sul retroscena messo in pagina ieri da La Repubblica. “Voto per la Raggi e invito chi mi chiede un consiglio a fare altrettanto” è una delle frasi che gli ha attribuito il quotidiano di Largo Fochetti. Non solo: pur di mandare via Renzi – avrebbe detto D’Alema – “sarei disposto a votare Lucifero”. Un vero e proprio choc, a quattro giorni dal voto. Determinato, però, da quella che l’ex presidente del Consiglio definisce, nettamente, “pura spazzatura da parte di un house organ del partito del Nazareno”. Un’accusa senza mezzi termini.

Massimo D’Alema è lucido, determinato, nel ricostruire quanto avvenuto. Soppesa ogni singolo termine mentre parla al telefono da Bruxelles, dove è impegnato in quello che definisce “il mio lavoro”: studio e ricerca su temi di politica ed economia internazionale che investono anche il nostro Paese. Domani e sabato è in calendario un convegno della Feps (Foundation for european progressive studies) appunto su temi europei, e lui avrebbe volentieri fatto a meno di occuparsi di polemiche italiane. Ma il caso è troppo grave per lasciarlo scivolar via così: e dopo la smentita mattutina della sua portavoce, eccolo declinare la sua versione dei fatti.  

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Al giornalista de La Stampa parla apertamente e afferma: “Si tratta di una vera e propria montatura contro di me – comincia – frutto del fatto che stanno cercando un capro espiatorio perchè temono, domenica, risultati molto deludenti rispetto alle attese. È una palese manovra da parte di quello che è in realtà un house organ del Partito del Nazareno”. 

Le parole sul referendum e il contesto.  Eppure, nelle ricostruzioni effettuate dopo la pubblicazione del retroscena, emergerebbero altre affermazioni di D’Alema certo non meno gravi. Una per tutte: “Se vince il sì al referendum, facciamo la scissione; se invece vince il no, ci riprendiamo il partito”. D’Alema smentisce tutto e continua la ricostruzione dell’accaduto, scendendo nei dettagli: “L’episodio in questione è avvenuto al termine di un seminario sul ventennio della democrazia dell’alternanza, dunque alla fine dei lavori condotti tra noi e l’associazione Magna Carta. Quando il convegno è finito – continua l’ex presidente del Consiglio – ci siamo soffermati per i saluti sul pianerottolo e Gaetano Quagliariello ha chiesto a Giovanni Orsina come avrebbe votato sul referendum costituzionale di ottobre. Orsina ha detto che avrebbe votato sì e Quagliariello, allora, ha ribattuto che lui – invece – avrebbe votato no”. L’ex presidente D’Alema racconta:  “Ho affermato che in caso di vittoria del sì, Renzi ci avrebbe cacciato dal partito. Ma si trattava chiaramente di una battuta, non di una dichiarazione politica. In più, non ho mai parlato della Raggi. Per questo dico che è una montatura. Anzi, si tratta – come ho già spiegato – di pura spazzatura da parte di un giornale che perde lettori, così come noi del Pd stiamo perdendo elettori”. Termini aspri in risposta a “spazzatura” e manovre che non intende accettare. “Per esempio – continua – non ho mai detto la parola Lucifero, perché è un termine che non appartiene al mio vocabolario: casomai, avrei detto Belzebù. Ma il punto è che le battute non sono dichiarazioni politiche: se avessi voluto fare una dichiarazione politica avrei saputo farla”. 

Giornalismo degradato. L’episosio, spiega D’Alema a La Stampa “dimostra e conferma il livello di degrado del giornalismo italiano. De Marchis, l’autore dell’articolo su “Repubblica”, non mi ha mai chiamato: ha telefonato a Massimo Bray, che gli ha detto in maniera inequivocabile che le frasi attribuitemi non erano vere. Scriverle lo stesso – conclude D’Alema – è stata dunque una menzogna, che ha come mandanti chi mi vuole adoperare come capro espiatorio”. A confermarlo è un altro aspetto della vicenda “mi hanno perfino accusato di essere andato in Puglia a tenere riunioni per tramare chissà che cosa, ma in realtà vi sono andato per tenere comizi del Pd”. E dunque, ripete: “Potete scrivere che si tratta solo di una montatura da parte di chi, temendo il peggio ai ballottaggi di domenica sta cercando per tempo una persona da incolpare”. 

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