Le elezioni comunali e l'incognita astensionismo

Chiamati a votare 13 milioni di cittadini per 1.342 amministrazioni. Ma incombe la disaffezione e la sfiducia verso la politica.

Il voto a Roma

Il voto a Roma

globalist 5 giugno 2016

In quanti si presenteranno al seggio tra le 7 e le 23 di oggi? Lo spettro dell'astensionismo si aggira sull'Italia. Ed ci darà il polso di quanto sta in salute la democrazia nostrana.


Il voto. Oltre tredici milioni italiani possono votare oggi per scegliere i sindaci di 1.342 comuni. Più di un italiano su sei è chiamato a votare: si vota per il primo cittadino e dunque ogni città rappresenta un mondo a sé, ma si vota anche nelle prime quattro città del Paese - Roma, Milano, Napoli e Torino - e così il test riguarda inevitabilmente le classi dirigenti e i partiti. La scelta dei cittadini registrerà, sia pure in modo frammentario, lo stato dell’arte del Paese che in autunno voterà il referendum sulla riforma della Costituzione proposta dal Governo di Matteo Renzi. 


Chi non va a votare. L'astensionismo è la grande incognita, che gli studiosi tutti definiscono oramai trasversale. Un tempo penalizzava solo la destra, non è più così, in una tornata che segna come mai in passato la fuga della politica, le sigle tradizionali sparite in due Comuni su tre. Come scriveva ieri l'Osservatore Romano, "il massiccio astensionismo sembra essere uno dei pochi dati certi di questa consultazione", che giunge al termine di una campagna che, "fatta qualche eccezione, è stata piuttosto incolore" sentenzia il quotidiano della Santa Sede.


 


L'eccezione che conferma la regola: l'esempio di Antonio, a 104 anni rinnova la tessera e va a votare


 


Perchè. Del resto è il trend conclamato anche secondo politologi e sondaggisti. Restano da indagare le ragioni profonde del malessere, del quale la crisi economica costituisce solo una delle spiegazioni possibili. Forse davvero molto dipende da quel che il presidente dell'istituto Ixè Roberto Weber definisce il "tasso di rancorosità sociale" diffuso nel Paese. Alla domanda "ritieni di aver dato al Paese più di quanto hai avuto", spiega, "fino a qualche anno rispondeva sì il 40 per cento, oggi la percentuale tocca il 65". Due elettori su tre appartengono proprio a quella categoria dei "rancorosi" e buona parte di loro sarebbe intenzionata a trasformare la rabbia in "non voto". E mentre in passato si poteva inserire la categoria degli astensionisti nelle caselle "anziani", "donne" e Sud", continua Weber, oggi è tutto più "trasversale e confuso".


Perché ampio è il ventaglio di popolazione "sofferente sotto il profilo economico e dunque insofferente sotto quello politico". Una tagliola che secondo gli studiosi incombe anche su partiti a spiccata vocazione populista come Lega e M5S. Forse pesa non poco anche l'innalzamento dell'età media di coloro che rispondono alla convocazione ai seggi. Dunque astensionismo assolutamente trasversale.