Pinotti, la ministra scout col pallino degli F35

Apprezzata negli ambienti militari come la Lady di ferro della Difesa, la neo ministra è passata dalle marce no global di Porto Alegre alle parate militari. [Massimo Lauria]

Desk 26 febbraio 2014
[b]di Massimo Lauria[/b]



Un nome giusto al momento giusto, quello della scout girl del Pd Roberta Pinotti, prima donna a ricoprire l’incarico di ministro della Difesa. Negli ambienti militari la “generalessa” renziana si è guadagnata l’appellativo di [i]Lady di ferro[/i], per «la sua determinazione nel portare avanti una chiara visione della Difesa», come scrive la rappresentanza dei Carabinieri del Cocer su pianetaecobar.eu.



Il processo che pende sulla testa dei due marò in India, il rifinanziamento delle missioni militari all’estero, la tanto attesa riforma del comparto Difesa nel suo complesso e il chiacchierato acquisto dei cacciabombardieri F35. Sono queste alcune delle principali partite aperte sul tavolo della Pinotti, sulle quali all’esterno l’Italia si gioca il proprio posizionamento dentro le logiche Nato, e in casa fa i conti con le poltrone che contano per l’equilibrio dell’establishment militare.



La speranza che la nuova ministra blocchi o sospenda l’acquisto dei micidiali aerei da combattimento, per i quali il nostro Paese ha già speso 3,4 miliardi di euro - e altri 10 dovrà sborsarne - è illusoria. La “generalessa” è una delle sponsor più accanite del programma [i]Joitn Strike Fighter[/i], tanto caro agli Usa. D’altra parte è un’eredità dell’amico di partito ed ex sottosegretario alla Difesa, lo spezzino Lorenzo Forcieri.



Interventismo militare e realpolitik non sono sempre stati un pallino della Pinotti. Anzi, la genovese di ferro si è formata intorno alle idee pacifiste dell’ex capo scout Sergio Tedeschi, divenuto poi uno dei referenti del Genoa Social Forum durante il G8 del 2001. Negli ambienti genovesi ricordano che negli anni 1982-1989 la Pinotti è vicina ai [i]Blocchi non violenti[/i], che si oppongono ai produttori di armi presenti alla [i]Mostra navale italiana[/i] organizzata nel capoluogo ligure.



Sono gli anni in cui il movimento pacifista è forte e tenta di bloccare l’installazione delle testate atomiche Usa nella base missilistica di Comiso. Nel decennio successivo, con presidenti del consiglio Prodi e D’Alema, l’Italia del centro sinistra si imbarca nel programma di progettazione e acquisto degli F35. La Pinotti intanto si fa strada all’interno delle istituzioni locali genovesi, dalle fila dello stesso partito.



Poi arriva l’elezione in Parlamento nel 2001. L’ex scout girl, sette mesi dopo i vergognosi fatti del G8 di Genova, si imbarca a San Paolo (Brasile) su un volo della Tam Airelines diretto al Secondo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre. Lì c’è riunito il popolo No Global dei movimenti pacifisti di tutto il mondo. Pinotti fa parte del correntone di Berlinguer, quelli dell’opposizione a Massimo D’Alema, da sinistra.



La mano, anzi il braccio teso verso le corporazioni militari arriva in seguito. I più attenti legano il passaggio all’amicizia con lo spezzino Lorenzo Forcieri, ex sottosegretario Pd alla Difesa. D’altra parte in Liguria si gioca la tutela di parte del comparto industriale bellico italiano: la cantieristica navale militare di Riva Trigoso, la Oto Melara di Spezia, la Piaggio aerei, Selex Es, Ansaldo Sts, l’Alenia Aermacchi (i cui stabilimenti sono interessati dalla questione degli F35).



Sui cacciabombardieri, infatti, si disputano partite politiche importanti: da una parte la difesa di interessi economici enormi, attraverso il coinvolgimento dell’industria militare. Dall’altra c’è in ballo una visione complessiva del ruolo della Difesa, in funzione internazionale: ovvero le missioni militari all’estero. L’F35 è un aereo da attacco aria-terra, con tecnologia [i]stealth[/i] (scarsa visibilità ai radar e capacità di sorpresa).



«Quindi non riguarda la difesa – dice già nel 2007 in Commissione Difesa la senatrice Prc Elettra Deiana -, bensì le strategie di proiezione militare all'estero, che poco avrebbero a che vedere con l'idea del [i]peacekeeping[/i], del [i]nation building[/i], delle missioni di pace che dovrebbero essere la connotazione principale della politica di utilizzazione delle Forze armate e dell'Esercito italiano».



Ora, considerando che da presidente della Commissione Difesa del Senato prima e da sottosegretario alla Difesa poi, Roberta Pinotti ha sempre puntualmente appoggiato il finanziamento delle missioni internazionali dei nostri soldati, il ruolo scelto per lei da Renzi non appare certo casuale.