La post-ideologia che fa bene all’ideologia del potere

Sotto i sampietrini c’è ancora la spiaggia. Discutendo sull’ideologia soffusa del tempo, dove è concesso spazio solo per l’omaggio al conformismo e ai potenti. [Antonio Cipriani]

Lavoro in nero, immagine d'archivio

Lavoro in nero, immagine d'archivio

Antonio Cipriani 27 aprile 2016

di Antonio Cipriani


 


Mi ha colpito una frase scritta da un cronista un tempo di sinistra che parlava di giornalismo post-ideologico. Non importa il contesto né l’autore di questa affermazione, per altro anche abbastanza conformista e ampiamente reiterata. Ma parlare di post-ideologia nell’epoca in cui tutto quello che accade è sottratto alla critica e al giudizio, in una mentalità regimentata da massicce iniezioni ideologiche, fa riflettere.



Com’è possibile che circolino nel linguaggio comune, quindi nella mentalità mediatica del tempo, certezze così assolute senza alcun tipo di anticorpi? Da dove nasce questa accettazione supina di ogni affermazione che discenda da un potere, palese o opaco che sia? Veramente siamo finiti nella pace dei sensi del pensiero?



Queste domande per chiedere a ognuno di voi lettori: tutto quello che accade, e che impercettibilmente i cittadini indivanati tendono a non considerare più in modo problematico, non è forse figlio di una chiara e indiscutibile ideologia? A me sembra un’ideologia meravigliosamente soffusa ed efficace, declinata dai media, che usa il libero mercato come dogma, e agisce in un sistema economico ridisegnato sulle esigenze della finanza, con la programmatica trasformazione di una classe, quella dei lavoratori, in una galassia informe di precari.



In un pezzo precedente ho parlato di resa incondizionata. E di questo si tratta, del fascino enorme del potere, della trasformazione del denaro in una forma di vita indipendente, di quell’ideologia che si basa sul mito del progresso globale come sviluppo naturale della storia. Della sconfitta per oscuramento mediatico e culturale di ogni ragione diversa, di ogni lotta per l’uguaglianza dei diritti, per la giustizia sociale. Ho letto recentemente un articolo di Marta e Simone Fana, intitolato “Il caso Unità. L’ideologia come falsa coscienza”. E mi sono ritrovato perfettamente in questa analisi. Cito: “La scelta di abdicare alla funzione di critica e controllo sull’operato del governo è un modo per rendere lo spazio pubblico il giardino dei potenti, dove l’accesso è consentito solo per rendere omaggio a chi sta in alto”. E ancora: “Un enorme Mostro Mite si addensa come una nube tossica che assorbe tutto, rendendo irraggiungibile qualsiasi via di fuga. La realtà diventa una sostanza indistinta, sigillata nella miseria dell’esistente, dove le tracce del passato si perdono nell’impossibilità del futuro”.



Viviamo in una società di dormienti politici e isterici sociali. Di analfabeti di ritorno, ululanti sui social e nelle strade della movida, finti alternativi che obbedienti si sbracciano in un flash mob sociale e culturale di fasulla trasgressione e massima obbedienza. Di precari che s’illudono di non esserlo, o di esserlo per scelta creativa, che fanno salti mortali per far felice l’addestratore. Per dimostrare che la povertà, l’ignoranza, l’ingiustizia sociale, l’alienazione non potranno mai fermare la spinta incessante all’obbedienza, al conformismo vestito dalla luccicante teoria dell’uno su mille ce la fa. Fase post-ideologica? Macché, è la stagione della spietatezza che ci sorride e ci rende ignorantissimi saputelli schiavi: questa è l’ideologia del tempo. Tocca a noi, più o meno giovani, sovvertire questa realtà indiscutibile.