In atto un assalto tecnocratico alla Costituzione

Governo e presidenza della Repubblica stanno realizzando uno strisciante golpe istituzionale? Riceviamo e pubblichiamo dal Comitato Umberto Terracini.

In atto un assalto tecnocratico alla Costituzione
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11 Giugno 2013 - 17.29


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del Comitato Umberto Terracini Mettendo in atto un’operazione che esautora il Parlamento, il Governo, con inspiegabile fretta e senza alcuna trasparenza, ha avviato una procedura speciale per una radicale riforma costituzionale, affidando a un gruppo di 35 giuristi, privi di qualsiasi legittimazione democratica, il compito di individuare i punti centrali del nuovo assetto istituzionale.

Nelle ultime settimane il Governo, con il fondamentale appoggio della presidenza della Repubblica, ha avviato un tentativo elitario e tecnocratico di riformare la Costituzione, secondo procedure accelerate non contemplate dall’art. 138, Cost.. La riforma costituzionale viene trattata come un problema ‘tecnico’, la cui soluzione va affidata a un gruppo di giuristi, mentre il Parlamento, che dovrebbe essere l’attore centrale dell’ordinario processo di revisione costituzionale, viene del tutto marginalizzato. Il ‘palazzo’ (o forse meglio dire il ‘salotto’ del potere) diventa definitivamente autoreferenziale, separandosi dal Paese e decidendo di procedere a una riforma della Costituzione con contenuti e secondo procedure di emergenza mai discusse nel corso della campagna elettorale e quindi assenti anche dai programmi sui quali i diversi partiti hanno chiesto il voto agli elettori.

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Altra cosa è la legge elettorale e però, inopinatamente, le sorti di quest’ultima sono state legate a quella di una riforma complessiva dell’impianto costituzionale in base, par di capire, ad accordi stretti fra i leader dei due maggiori partiti di governo, il Pd e il Pdl. Siamo di fronte a una sorta di strisciante golpe istituzionale? Questo rischio è presente.

Cosa è accaduto in concreto

In un comunicato stampa della Presidenza del consiglio del 4 giugno, si legge che il Presidente del Consiglio dei ministri ha nominato i 35 componenti della Commissione per le riforme costituzionali. Il testo del decreto di nomina, ad oggi, non è stato pubblicato sul sito del Governo né nella Gazzetta ufficiale. Tuttavia il 6 giugno il Presidente della Repubblica si è affrettato a incontrare i 35 esperti per ringraziarli di aver accettato l’incarico, per sottolineare l’importanza della riforma costituzionale e addirittura per invitarli “a non diffondere pessimismo” (cfr. il sito della presidenza).

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A quanto si apprende dalla stampa, nella seduta del 6 giugno, il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge costituzionale volto a modificare, con procedura accelerata, i titoli I (il Parlamento), II (il Presidente della Repubblica), III (il Governo) e V (le Regioni, le Province e i Comuni) della Costituzione. Il testo del disegno di legge non è stato ancora pubblicato.
Al di là della inspiegabile urgenza, della mancanza di trasparenza e della sciatteria di questa manovra, alcuni dati sono allarmanti.

Visone tecnocratica della Costituzione

A prescindere da ogni considerazione sulla legittimità della scelta di ricorrere a una procedura straordinaria per la revisione costituzionale, questa operazione – in piena continuità con la più recente azione della Presidenza della Repubblica (e in particolate con la nomina dei due gruppi di lavoro il 30 marzo 2013) – si fonda su una visione tecnocratica ed elitaria della Costituzione. Infatti, la Costituzione è considerata un fatto tecnico e, di conseguenza, devono essere dei giuristi (gli esperti) a indirizzare e guidare la discussione sulla riforma. Ciò è ammesso dal presidente del consiglio dei ministri che, nelle dichiarazioni programmatiche rese innanzi al Parlamento, ha affermato che: “al fine di sottrarre la discussione sulla riforma della Carta fondamentale alle fisiologiche contrapposizioni del dibattito contingente, sarebbe bene che il Parlamento adottasse le sue decisioni sulla base delle proposte formulate da una Convenzione, aperta alla partecipazione anche di autorevoli esperti non parlamentari e che parta dai risultati della attività parlamentare della scorsa legislatura e dalle conclusioni del Comitato di saggi istituito dal Presidente della Repubblica”.

In sostanza, la fonte di legittimazione di ogni determinazione in materia sarà innanzitutto la tecnica giuridica e non invece gli ordinari procedimenti democratici che, già indeboliti, escono da questa operazione del tutto screditati e subalterni.

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Ciò è ancor più evidente se si considera che un tale percorso di riforma non è stato oggetto di discussione nel corso della campagna elettorale. Tutto questo dimostra come l’intento del Governo sia quello di sopperire alla mancata legittimazione democratica di una tale riforma con una legittimazione essenzialmente tecnocratica, con il supporto carismatico della Presidenza della Repubblica.

La Commissione per le riforme e la cattura dell’accademia
Nonostante la maggior parte dei componenti della Commissione siano giuristi di primo piano, non sono affatto chiari i criteri seguiti dal Governo per la selezione del gruppo di lavoro. Né è chiaro come una Commissione così numerosa possa in pratica lavorare.
Sorge però spontaneo il sospetto della “cattura”: la scelta di coinvolgere in modo diretto così insigni giuristi, finisce per ridurre possibili fronti critici a questa manovra.

A scorrere l’elenco dei componenti della Commissione si ha poi una sorpresa. Il prof. Giovanni Pitruzzella è della partita. Il problema è che l’illustre costituzionalista è presidente in carica dell’Autorità Garante della concorrenza e del mercato; autorità indipendente dal Governo i cui componenti, in base alla legge, non possono svolgere alcun incarico pubblico né privato. Visto che il Governo non ci ha pensato, è auspicabile che ci pensi il diretto interessato. Il rischio è che altrimenti venga messa in discussione la credibilità dell’Autorità.

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Ruolo esorbitante del Presidente della Repubblica

Non si può sottacere come il Presidente della Repubblica abbia assunto una centralità nel sistema istituzionale che va ben oltre quello stabilito dalla Costituzione.
Il fenomeno è percepibile da tempo, ma è diventato clamoroso dopo la nomina dei due gruppi di lavoro avvenuta il 30 marzo scorso. L’Ufficio è oramai parte integrante della funzione di governo senza tuttavia essere sottoposto ad alcuna forma di responsabilità politica (eccezion fatta per i casi estremi dell’attentato alla Costituzione e altro tradimenrto contemplati dall’art. 90).

Ripristino della legalità costituzionale

Urge il ripristino della legalità costituzionale. Il Parlamento deve tornare a essere la sede centrale della discussione sulla riforma costituzionale, la quale, se ritenuta necessaria, dovrà avvenire in tempi rapidi, ma in ogni caso secondo quanto stabilito dall’art. 138 della Costituzione.

E’ quindi auspicabile che i gruppi politici in Parlamento assumano quanto prima un’iniziativa in tal senso.
Il Governo, invece di baloccarsi con un velleitario ed elitario disegno di riforma costituzionale, deve svolgere il compito, ben più complesso e urgente, di dare valide risposte alla drammatica crisi economica e sociale del Paese. Basti ricordare ad esempio i dati impressionanti sulla disoccupazione, sull’evasione fiscale, sulla corruzione.

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