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Napolitano, Monti e l’Unico Anello

La filosofia di Tolkien e la sua denuncia politica ben si adattano al caso del presidente del Consiglio uscente. Chi ha potere lavora solo per accrescerlo.

Napolitano, Monti e l’Unico Anello

Desk

18 Gennaio 2013 - 08.25


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Il presidente della Repubblica non sembra aver letto il Signore degli Anelli. Altrimenti avrebbe capito che presto o tardi Mario Monti, da lui tanto fortemente voluto alla guida del Paese, si sarebbe candidato formalmente con una lista che porta il suo nome.
Anche anagraficamente parlando è improbabile che Napolitano possa aver mai letto nulla di Tolkien. Ne avrà sicuramente sentito parlare o forse avrà anche visto i film che sono stati tratti dal libro, e questo non ha fatto altro che complicare le cose.
Sì perché i film di Peter Jackson sono apprezzabili sotto tanti punti di vista, ma non fanno cogliere appieno uno dei concetti più semplici, e quindi più forti, della filosofia tolkeniana: il potere corrompe.

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E più potere si possiede, più si viene corrotti e si diventa cattivi, avidi di quel potere. Si pensa solo a mantenerlo, difenderlo ed ampliarlo, quel potere.
Per dirla in termini molto semplici, si diventa Gollum.

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Il Gollum illustrato magnificamente da Alan Lee riprende molto bene quello di Tolkien. Non è una creatura con cui provare empatia (o addirittura simpatia), come invece lo ha fatto passare Jackson. Gollum è un essere disgustoso, disumano, che ha totalmente rinnegato la sua natura di pacifico Hobbit pescatore per diventare un mostro corrotto dal potere dell’Unico Anello. E non è un caso che proprio gli Hobbit, le creature più buone e pacifiche del mondo tolkeniano, siano scelte per mostrare i due aspetti, le due facce del bene e del male della medaglia del potere. Frodo e Bilbo (e Sam e Merry) contrapposti a Gollum.

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Il principio fondante del libro è che non esistono Anelli buoni, e traslando l’anello come simbolo del potere significa che non esiste un potere buono.

E la critica di Tolkien nei confronti della politica è netta, decisa e, purtroppo, senza speranza. Non può esserci potere senza corruzione, non può esserci governante che sia immune da quella corruzione e lavori per il bene. Chi ha potere lavora solo per il potere in sé, lavora per averne sempre di più. E più ne ha più ne diventa corrotto.

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Se Napolitano avesse letto Tolkien avrebbe saputo che il potere di corruzione è tanto più alto quanto alto è il potere che si ha. E tanto è alto quel potere tanto potente è la trasformazione che applica a chi lo esercita.

Se Napolitano avesse letto Tolkien non avrebbe fatto una delle cose che sono emerse nella cronaca politica di questi ultimi mesi, ovvero sorprendersi del fatto che Monti volesse continuare quel potere.

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Sì perché l’intera ascesa dell’ex preside della Bocconi è stata caratterizzata da una fiducia quasi cieca, amplificata da atti abbastanza sorprendenti di forzatura del sistema da parte di uno dei presidenti della Repubblica più attivi degli ultimi decenni. I suoi atti hanno ricordato molto da vicino “Kossiga” e le sue celebri picconate. E la fiducia del governo tecnico (ammesso che possa esistere un governo di questo tipo), è stata ricambiata da una sostanziale decisione di andare alle urne, presa proprio da Monti e da un manipolo di suoi ministri e collaboratori, che ha sostanzialmente bloccato la seconda parte della legislatura.

Già, perché presa la decisione di presentarsi non si potevano fare più le manovre “dure”, che poi sono proprio le uniche che un governo tecnico è chiamato a fare. Non si poteva chiudere la legislatura con un ricordo così forte, avrebbe comportato la perdita di qualunque percentuale minima di voto che ora Monti si aspetta.
Monti e i suoi alleati ovviamente, raccolti in modo abbastanza rapido e totalmente disomogeneo, visto che si passa dalla Binetti al direttore di Gay.it (candidatura ora ritirata).
Insomma il quadro è abbastanza chiaro, e conferma ancora una volta la morale di Tolkien. Che forse non c’è davvero speranza di aver fiducia in chi arriva al potere.

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Tanto per curiosità, il Foglio parlava di Monti come del «Golem creato da Napolitano e dal Pd, che gli si rivolta contro». Non aveva tanto torto, ha solo sbagliato mitologia. E qualche lettera.

Federico Filacchione

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