Cosa c'entra la Diaz con le primarie?

Francesco Gratteri, il più alto in grado alla Diaz, andò a fare il questore a Bari. Lui e Vendola andavano perfettamente d'accordo ma ora Nichi... [Checchino Antonini]

Cosa c'entra la Diaz con le primarie?
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11 Ottobre 2012 - 08.00


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di Checchino Antonini

“Il massacro della Diaz. Oppure Vendola”. Impazza su internet la pubblicità per le primarie del Pd. Il governatore delle Puglie, ovviamente, ha interesse a disegnarsi un profilo di sinistra per la tenzone con Renzi e Bersani. Cosa c’è di meglio nell’ammiccare allo spirito di Genova?
Tuttavia, su uno dei migliori libri sull’argomento, quello di Alessandro Mantovani (Diaz. Processo alla polizia, Fandango 2011), giudiziarista al Manifesto, prima, al Corsera poi, si legge che «a Bari, dove è stato questore in anni recenti, Gratteri andava perfettamente d’accordo con il governatore Nichi Vendola e con Nicola Fratoianni, dirigente e poi assessore “vendoliano”, giovane comunista “disobbediente” ai tempi del G8».

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Francesco Gratteri (condannato a quattro anni in appello), è stato prefetto e capo della Direzione anticrimine centrale (Dac), ai tempi del G8 direttore del Servizio centrale operativo (Sco) che è il reparto investigativo d’élite della Polizia di Stato. Scrive ancora Mantovani che Gratteri è un «funzionario che studiava da capo della polizia, celebre fin dagli anni Novanta per la cattura di boss mafiosi del calibro di Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca», «cresciuto alla scuola delle squadre mobili e della polizia criminale ma passato anche per la Digos di Padova, dove si occupò di terrorismo nei primi anni Ottanta».

Era il più alto in grado alla Diaz. Gratteri, non è stato condannato «sulla base di un apodittico “non poteva non sapere”» ma «sulla base di specifici elementi concreti a suo carico, tutti ben delineati». E’ stato proprio lui a dare «impulso – scrivono gli ermellini nelle motivazioni di Cassazione – alla scellerata operazione mistificatoria». Gratteri fu «la figura apicale di riferimento per gli appartenenti alle squadre mobili» svolgendo un «ruolo centrale in questa vicenda processuale». Oltre alla «partecipazione diretta ed attiva per tutta la durata dell’operazione Diaz» la Cassazione gli contesta la richiesta a Canterini «di redigere la relazione al questore» ed alla «richiesta di certificati medici» su inesistenti lesioni subite dagli agenti. Perché non ci fu proporzione tra forza usata e resistenza incontrata.

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Però a Bari Vendola e Gratteri andavano «perfettamente d’accordo».
Esiste una relazione fra il suo arrivo a Bari e le torbide pratiche di sottogoverno che coinvolsero pezzi della futura Sel all’epoca dell’Unione, ossia tra la fine del Berlusconi bis e il ritorno di Prodi? Domande a cui Nichi dovrebbe rispondere in maniera netta. Quando si sparse la notizia della nomina di Gratteri alla questura del capoluogo pugliese, qualcuno disse a Liberazione che era contento perché si trattava di «un bravo poliziotto antimafia». Era il luglio del 2005. Chi parlò sarebbe diventato, l’anno appresso, capo della commissione antimafia. E anche questa nomina fu frutto di una trattativa impegnativa. Si tratta di Francesco Forgione, legatissimo al governatore pugliese che, nella legislatura precedente, era stato vice presidente della stessa commissione permanente parlamentare. E dunque conosceva lui stesso Gratteri e altri De Gennaro boys. Mentre Forgione era dirigente Prc a Palermo e deputato all’Ars quando Manganelli, futuro capo della polizia, era questore in città.

Naturalmente, Gratteri all’epoca era già imputato per la mattanza cilena alla Diaz ma questo sembrava un dettaglio di scarso rilievo in quella fase politica in cui pezzi della futura Sel e del “vecchio” Prc ingoiarono senza un lamento la nomina di De Gennaro, il 2 luglio 2007 a capo di gabinetto del Ministero dell’Interno. Dettaglio inquietante: De Gennaro era già indagato per aver convinto il questore di Genova a mentire sulla catena di comando del luglio 2001 e infatti fu rinviato a giudizio nell’aprile del 2008, condannato in appello a un anno e quattro mesi e salvato solo dalla Cassazione. Bando ai retropensieri: è ovvio che i legami tra quei politici e i vertici di polizia fossero assolutamente istituzionali.

Meno ovvio che l’unico partito che, come «pesce nel mare» nuotò nei movimenti no global, si trovasse coinvolto nell’ascesa di De Gennaro dai vertici della polizia a quelli dei servizi (la controriforma degli 007 fu un altro “regalo” del Prodi bis) e, da lì fino agli ambiti di governo dove sarebbe tornato da “tecnico” fra i tecnici con Monti mentre i suoi boys sono stati tutti travolti dal processo Diaz. Meno ovvio che l’arrivo di Gratteri a Bari fosse il risultato spurio di un’altra trattativa che intendeva spedire Gratteri a Palermo se non che Micciché si sarebbe messo in mezzo dirottandolo nella città di Nichi. I settori più recalcitranti di Rifondazione, intanto, vennero pressoché mobbizzati.

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E, ancora meno ovvio, che in tutto questo la sinistra radicale non riuscì a portare a casa nemmeno l’inchiesta parlamentare sui fatti di Genova ufficialmente per l’ostinata opposizione di mastelliani, socialisti e dipietristi. Ma sono in pochissimi a ricordare che la proposta era già stata calendarizzata al Senato nelle prime settimane della legislatura. A Palazzo Madama il regolamento prevede una corsia preferenziale per le proposte che raccolgono il consenso di un numero sufficiente di senatori. Ma stranamente il Prc impose di ritirare la proposta di legge al senato e di ripresentarla alla commissione affari costituzionali della camera presieduta da violante, notoriamente contrario. Violante l’ha tenuta in un cassetto per un anno per lasciar sbollire la situazione (forse anche questo faceva parte dell’accordo) e la mise ai voti per affossarla solo a ottobre del 2007 Gli bastava la blanda commissione conoscitiva (senza poteri) svolta da Berlusconi a ridosso dei fatti. E a voi vi basta uno slogan ammiccante per partecipare alle primarie di chi promosse la mattanza di Napoli e fu ambiguo di fronte a quella genovese? Isolare i violanti. Oppure primarie del Pd.

“Secondo lei l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, condannato per induzione alla falsa testimonianza dei sui sottoposti, avrebbe dovuto dimettersi ?’” “Queste sono le domande di ieri”, rispose Nichi Vendola a un cronista del Secolo XIX, il più diffuso quotidiano genovese. Erano i giorni del decennale del luglio 2001. Non si capisce se il cronista restò esterrefatto o se la domanda era concordata così da rappresentare un messaggio preciso. Fatto sta che eravamo lontani dalle elezioni e per Vendola ci furono solo gli sguardi increduli di chi lo vide in corteo, qualcuno lo mandò a quel paese ma furono voci isolate. Vendola provò a marciare alla testa del corteo ma fu accolto freddamente e ancor di più quando provò a dire che era stato frainteso. «Era una vita che ce lo diceva Berlusconi, non ne potevamo più», ricorda ora Haidi Giuliani, donna per la quale certe domande non potranno mai essere di ieri.

De Gennaro era il capo dei servizi segreti, poi sarebbe andato al governo come sottosegretario. Gli atti di un processo, nonostante la sua assoluzione in cassazione, dimostrano che ebbe un ruolo – come ovvio – nei misfatti del luglio.

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Ma per Vendola ieri erano domande di ieri. E oggi? Oggi i suoi creativi insistono con lo slogan “Il massacro della Diaz. Oppure Vendola” ma da Nichi nemmeno la rettifica di quella risposta infelice al cronista genovese. Resta la domanda “di ieri” scritta in una lettera aperta del luglio del 2011 da Vittorio Agnoletto, portavoce dieci anni prima del social forum: «Ma, se tu ce la dovessi fare, rimuoveresti i condannati dai loro incarichi ? O rischieremmo un’altra farsa come quella della commissione d’inchiesta con il governo Prodi?»

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