Renzi e la mozione di sfiducia su «Rublopoli» contro Zingaretti

Con la richiesta a Matteo Salvini di un incontro chiarificatore Luigi Di Maio riesce a evitare la crisi tra le due componenti del Partito democratico. La differenza tra gesti dimostrativi e azioni concrete mirate alla crisi di governo

Nicola Zingaretti

Nicola Zingaretti

Tommaso Verga 19 luglio 2019Hinterland
di Tommaso Verga
Non per il gusto del paradosso, ma il riconoscimento va assegnato a Luigi Di Maio per aver evitato si innescasse il problema. L'«offerta» a Matteo Salvini di un incontro chiarificatore, coglie un doppio risultato (a dimostrazione che l'uomo ha le idee chiare): non solo fa rientrare le difficoltà nella coalizione di governo ma principalmente evita che il Partito democratico riapra la partita d'una crisi. Interna. Argutamente impostata da Maria Elena Boschi (e dal mentore Matteo Renzi) con il gesto forte della mozione di sfiducia al ministro degli Interni per il «caso Rublopoli».
L'iniziativa, non concordata con Nicola Zingaretti, tiene banco sin da ieri, riportando la fibrillazione temporaneamente accantonata tra i due «pezzi» del partito dopo l'assemblea nazionale del 17 marzo. A non gradire le osservazioni del segretario, i renziani, i meno «premiati» dall'appuntamento congressuale. I quali ancora però possono fare perno sui gruppi parlamentari (nei quali sono assoluta maggioranza) ma non più sul «corpo» del partito che si direbbe convenga – con qualche mugugno causato dalle troppe titubanze su aspetti nodali – sullo «zingarettismo».
Di qui la ricerca del tema che provochi nella segreteria la ricerca d'una soluzione alla contraddizione. E' questa distinzione che «Zinga» si propone di correggere. Servono azioni mirate, non «dimostrative», con effetti certi, che sfocino in una crisi del governo. Obiettivo, andare spediti a elezioni anticipate. «Zingaretti vuole rinnovare i gruppi parlamentari e non intende farsi imbrigliare in un governo 'tecnico' o di 'unità nazionale', accollandosi il peso di una manovra impopolare» spiega un parlamentare dem.
Tema che comprende non soltanto il programma – per dire: nel Pd si ricomincia a parlare d'un «problema operaio» dimenticato da decenni – ma anche di alleanze per realizzarlo. E' noto, la discriminante tra le due correnti (e dei sottoinsiemi) investe l'interpretazione del movimento 5stelle: nessuna relazione oppure una linea politica che punti a separare le diverse anime che con sempre maggiore sofferenza convivono nell'organizzazione fondata da Beppe Grillo?
Come ovvio, la questione dei «fondi russi alla Lega» ben si presta a misurarsi tra favorevoli e contrari al dialogo, in quanto detonatore possibile delle convivenza tra i sostenitori dell'«honestà» e i demaioristi governativi comunque sia.
Renziani e zingarettiani non sono divisi sulla possibilità di ricorrere alla mozione di sfiducia quanto sull'opportunità di adottarla adesso, una «lancia spuntata» secondo Zingaretti, convinto che ciò finirebbe per favorire la ricomposizione della maggioranza Di Maio-Salvini. In sostanza, c'è il rischio che l'iniziativa si riveli un regalo inaspettato ai due, in quanto li ricompatterebbe per amor di patria (e di scranno). Comuqnue, a quanto pare, il tema non è più d'attualità.
Sicuramente schierato tra i due è il «capo politico» dei 5 stelle. In una settimana, ha trovato il modo di «rompere» con Matteo Salvini – poi, per farsi perdonare, ha deciso che il commissario italiano spetta alla Lega (all'opposizione del governo di Bruxelles) –, a costringere il presidente Sergio Mattarella a dover riflettere sul voto anticipato, a guadagnarsi una (o forse più) querela per diffamazione per i fatti di Bibbiano (a meno che non intervenga lo scudo dell'immunità parlamentare).
Quando si dice avere le idee chiare.