Salvini vuole l'ultras dell'Atalanta commissario della Lega nel Lazio. Ma...

Obiettivo, il Campidoglio post-Virginia Raggi. L'incombenza a Daniele Belotti, il parlamentare bergamasco ultras della curva atlantina, candidato da Matteo Salvini a «commissario» del Carroccio nel Lazio. Tra un paio di settimane

Il leghista Daniele Belotti

Il leghista Daniele Belotti

Tommaso Verga 3 aprile 2019Hinterland
di Tommaso Verga
Avvertenza per chi la segue: la rubrica d'ora in poi si titolerà «Daniele nel Lazio». Parafrasi della precedente, «Daniele a Roma». Che non vale più data l'incombenza assegnata da Matteo Salvini all'autore, il deputato bergamasco Belotti (Daniele). Allora, parola del Capitano, alla Lega serve un capo. In circostanze come questa si immagina l'agitarsi dello spadone di Alberto da Giussano ad accompagnare la formula: «ti nomino 'commissario' del Lazio». Un'illusione nella pratica, riuscire a far «pesare di più» la Lega nella regione di Nicola Zingaretti. Che anzi, un anno dopo il voto, conta in più Enrico Cavallari, un ex eletto proprio con Salvini.

Belotti-Totti: «Atalanta folle amore nostro»


Non il solo ostacolo (il segretario del Pd quando e dove si presenta vince). Insieme ci sono aspetti «naturali», la antica e sostanziale ostilità mostrata dagli elettori e dai tifosi per quei colori. Chissà se con questa decisione – tra sé e sé, pubblicamente com'è ovvio non lo dirà  mai – il Capitano intenderà approfittare dell'assonanza Belotti-Totti per risollevare l'anemico suo partito nel Lazio. Luogo nel quale camicie verdi o «Atalanta folle amore nostro», storia del tifo nerazzurro firmata dal parlamentare, non hanno mai colto approdi entusiasmanti.
Con l'immigrazione dell'onorevole bergamasco, via Bellerio non è all'esordio. Altrettanto vale se il perimetro è circoscritto a Roma. Era il 6 ottobre 2010, passato ai posteri come il giorno del «patto della pajata» tra Umberto Bossi, Gianni Alemanno e Renata Polverini. Una cerimonia che ha tramandato una sequenza ridicola ed effetti nulli rispetto alle attese dei due comprimari capitolini. Chi dopo quella cerimonia a largo Chigi ne uscì rinfrancata da nuove competenze fu la Lega. La quale accantonò il «Roma ladrona» per impadronirsi dell'usato sicuro – garantito dal Campidoglio – della «Lega ladrona».
D'altronde, ogni posto in curva a parte, un ultras atlantino alla guida della Lega nel Lazio è una contraddizione in termini. Sul versante strettamente politico, i precedenti non incoraggiano (oppure, specularmente, potrebbero confermare che un capo serve davvero).

Un solo rappresentante nelle «provinciali» domenica a Latina


Se si vuole, nelle regionali del 2018 il Carroccio raccapezzò un misero 9,96 per cento pari a 252.772 voti sui 964.418 andati a Stefano Parisi, candidato del centrodestra «classico». Domenica invece, nelle «provinciali» di Latina, il partito di Salvini è andato ancora peggio, rimediando un eletto. Uno solo.
Chi potrà fargli compagnia? Se persino in un luogo sicuramente versato al «Salvini uno di noi» come l'antica Littoria, luogo di fasci, i risultati ormai non corrispondono alle attese e alle previsioni?
Correzione (in gergo: ribattuta). Nella realtà non è stato assegnato nessun incarico. Se ne parlava, qualche giorno fa appariva tutto pronto, alla pari del resoconto. Poi Salvini ci ha ripensato e ha rinviato, sembra di un paio di settimane. Il che spiega la causa dell'uscita d'un articolo, il presente, di «cronaca preventiva».
Ma perché il vicepresidente del Consiglio deve ricorrere allo sbarco per adempiere alla sua volontà? Semplice: nel Lazio (come altrove; la curiosità semmai riguarda quanto durerà) la Lega è un'accozzaglia di cose di varia natura ma di indiscutibile provenienza.

Anche la «sezione Ettore Muti», segretario del partito fascista


Sul piano strettamente politico, ad esempio, il deputato Francesco Zicchieri ha militato dal Msi fino al Pdl, mentre il sottosegretario Claudio Durigon, star di Agorà su Raitre, viene dalla Cisnal poi Ugl, il sindacato di destra. E i «regionali»? Qui è meglio non solleticare i «caratterini» di ciascuno e la litigiosità del condominio. Purché la provenienza sia la destra, va bene tutto. Pure quella sezione territoriale passata attraverso tutte le denominazioni post-Msi con l'identica insegna: «Ettore Muti», così accolta anche dalla Lega in quanto rimembra il segretario del partito fascista.
Il problema che agita il Capitano è che con un partito come questo al Campidoglio non ci si arriva. Archiviata la sconfitta alla Pisana contro Zingaretti, l'obiettivo è il Colle capitolino. Ne restano tracce nel continuo battibeccare con Virginia Raggi, la sindaca di Roma, che fra due anni lascerà la poltrona (per dichiarazione, anche se il capo politico grillino potrebbe cancellare dal non-statuto il divieto del triplo mandato). Passare dal reclutamento-«quota 100» all'organizzazione propriamente intesa richiede ben altro che un commissario. Che, se fosse Daniele Belotti nel Lazio, ogni volta che il calendario (della serie A) lo stabilisce, costringerebbe l'omologo di pubblica sicurezza a intervenire.
Quindi meglio un partito che si regge su quel che capita e accetta chiunque. All'insegna del carro del vincitore e del piatto ricco.