Il movimento sindacale è protagonista: cosa ci insegna piazza San Giovanni

Grande e combattiva la partecipazione all'appuntamento fissato questa mattina a Roma. Landini, Furlan e Barbagallo: «Non ci fermeremo e andremo avanti finché non porteremo a casa quello che abbiamo chiesto»

Maurizio Landini, Annamaria Furlan, Carmelo Barbagallo alla testa del corteo di oggi a Roma

Maurizio Landini, Annamaria Furlan, Carmelo Barbagallo alla testa del corteo di oggi a Roma

Tommaso Verga 9 febbraio 2019Hinterland
di Tommaso Verga
«Incomprensibile» ovvero «non comprendo, non riesco a capire». Non un refuso (errore di battitura proprio dei linotipisti in particolare, risolveva il correttore di bozze), quanto la conoscenza. Di qui la necessità che qualcuno spieghi a Luigi Di Maio come articolare le parole, il loro significato, dettagliando altresì la differenza che passa tra lo strafalcione e l'errore. Magari regalandogli un dizionario della lingua italiana.
Intanto proviamo con l'aiutino: «E' meglio che il governo torni indietro perché altrimenti va a sbattere» (Maurizio Landini, Cgil); oppure: «Il governo esca dalla realtà virtuale e si cali nel mondo reale, del lavoro» (Annamaria Furlan, Cisl). Due frasi esplicative, Di Maio è riuscito a capirle? Speriamo, visto che i due non sono ricorsi a periodi «incomprensibili». Se poi il ministro del Lavoro (del lavoro?) volesse ribadire il suo «non riesco a capire», deve puntualizzare che è rivolto altrove, allora opinioni, divergenti. Nessun dramma. Anzi. Tra i dirigenti confederali e il vicepresidente del Consiglio diversità ci possono stare.
Ma anche il contrario. Magari relativo esclusivamente alle modalità. Ad esempio, anziché polemizzare, sarebbe stato un «bel segnale» fissare con Landini, Furlan, Barbagallo, un calendario di incontri per confrontarsi sui capitoli della piattaforma di Cgil, Cisl, Uil (il lavoro, il fisco, la previdenza, il «reddito di cittadinanza» da correggere così come «quota cento»: i giovani? le donne?, la sanità, la scuola). In sostanza, misurare le differenze e «cambiare le politiche sbagliate fatte da questo governo e anche dai governi precedenti», sapendo «che noi non ci fermeremo e andremo avanti finché non porteremo a casa quello che abbiamo chiesto». Come dire: dalla manifestazione agli scioperi.
L'impressione è che Luigi Di Maio, con quel giudizio superficiale, abbia volutamente trascurato la protesta di piazza San Giovanni – che vuol dire aver «bacchettato» le decine di migliaia di lavoratori provenienti da tutta Italia –, per distogliere l'attenzione sulla contemporanea trattativa con l'omologo (nella forma) Matteo Salvini per la spartizione dei posti di comando della Banca d'Italia. Nessun refuso: «incomprensibile».
La portata e la riuscita dell'appuntamento non ha stupito. 1.300 pullman, due navi, 12 treni straordinari, oltre 1.000 arrivi in aereo, i romani. C'è chi parla di 200mila presenze. Il trasferimento da piazza del Popolo a San Giovanni ha mostrato che Cgil, Cisl, Uil avevano ottimamente misurato la «temperatura» del Paese. A sostegno della «piattaforma rivendicativa» si è sommata la «riscoperta» dell'unità, valore evocato ma dipendente dagli umori e dalle stagioni; ed infine, superflue le aggiunte – salvo quella che fissa l'esordio al vertice della Cgil –, l'«effetto Landini».
Se i contenuti, lo spirito della manifestazione, il «tono», non subiranno mutilazioni, si può dire che il movimento sindacale ha dato inizio a un nuovo protagonismo, che non potrà non riverberarsi nella società e nella politica. Ora, da rimettere in sesto è l'edificio alquanto sgarrupato lavoratori-sindacato. Tale l'urgenza. In «sindacalese»: la priorità.