Il governo finge di vietare il gioco d'azzardo ma ne ricava più di 1 miliardo al mese

La dignità del decreto sulla ludopatia dipenderà dal mantenimento degli incassi assicurati dalle lotterie e dalle scommesse on-line. Un introito di 10 miliardi e 364 milioni (+357 milioni di euro) nei primi nove mesi del 2018

Una sala slot in provincia di Roma

Una sala slot in provincia di Roma

Tommaso Verga 3 gennaio 2019Hinterland
di Tommaso Verga
Il personale nella scuola aumenterà di 32.400 unità, di cui 2.400 docenti (e 12.000 bidelli per fare le pulizie assunti direttamente dai dirigenti scolastici: la pacchia è appena cominciata; e 18.000 stabilizzazioni per ex lavoratori socialmente utili). E' quanto sancito dalla «manovra». Che contemporaneamente ha tagliato le risorse per l'istruzione, 3,9 miliardi (oltre ai fondi revocati per gli insegnanti di sostegno). E' il cambiamento. Paradossi più che contraddizioni, che rimane difficile comprendere. Figurarsi giustificare.
Lo dimostrano le due righe finali di un comma (il 6bis) aggiunto a un decreto nella fase di conversione in legge: «... e comunque tale da garantire almeno l'invarianza delle corrispondenti entrate, ivi comprese le maggiori entrate derivanti dal comma 6». Non toccate gli incassi. Quelli derivanti dal «decreto dignità». Uno dei (non) molti vanti del governo gialloverde, del proponente movimento grillino in specie (tanto che sui social del movimento 5stelle, il refrain non è più «ma allora il Pd?» bensì «ma allora Salvini?»).
Ripercorriamolo quel provvedimento. Schematicamente, quattro le sfere d'influenza. Si inizia con le semplificazioni fiscali e la disincentivazione delle delocalizzazioni, per chiudere con due cardini: la lotta alla precarietà con la modifica del job-act (in sostanza il «lavoro-a-tempo-determinato»), e il divieto di pubblicità su giochi pubblici, gratta e vinci, slot machine, lotto, superenalotto, bingo...
Motivo conduttore per questa parte, ampiamente declamata (e ampiamente condivisa, così come l'altra), la lotta «al disturbo da gioco d'azzardo» (in precedenza si leggeva ludopatia, il dibattito ha cambiato la definizione).
Senza perdere tempo a ricercare com'è andata a finire si dirà che allo stato, per entrambe, è rimasta la propaganda. Effetti positivi? non pervenuti. L'occupazione è tornata al segno negativo, stando al gioco si è capito quello che il governo intendeva raccapezzare: una bella campagna pubblicitaria necessaria a coprire l'indifferenza verso la dipendenza e celare il vero obiettivo, i soldi, le entrate tributarie.
Nessuna «manina», è andata esattamente come preventivato (analogamente all'altra faccenda relativa al condono degli esterovestiti evasori fiscali: «Domattina presento le carte in procura»: per sapere la risposta dei pm chiedere al vice di Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, capo politico dei 5stelle).
Un po' di numeri. Nei primi nove mesi del 2018 le entrate per lo Stato derivanti dalle attività di gioco hanno fatto registrare un aumento del 4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Lo ha comunicato il ministero dell’Economia nel periodico bollettino sulle entrate tributarie. Considerando le imposte indirette, il gettito delle attività nel periodo gennaio-settembre 2018 è stato di 10 miliardi e 364 milioni di euro (+357 milioni di euro). Ridurre? rinunciare? che follia sarebbe mai questa?
Altro elemento, lo studio realizzato dalla Camera di commercio di Milano, relativo alle sedi di impresa ed alle localizzazioni attive in Italia. Nel 2018 erano 11.139, in aumento del 6.9% rispetto al 2017 (dati relativi al primo trimestre di ciascun anno). Come si vede, il settore non riduce assolutamente la propria espansione.
Infine, integralmente, l'articolo 6-bis del provvedimento: «Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Governo propone una riforma complessiva in materia di giochi pubblici in modo da assicurare l'eliminazione dei rischi connessi al disturbo da gioco d'azzardo e contrastare il gioco illegale e le frodi a danno dell'erario, e comunque tale da garantire almeno l'invarianza delle corrispondenti entrate, ivi comprese le maggiori entrate derivanti dal comma 6». Come si vede, la dignità è un valore, sarebbe un non-senso impedirle di partecipare all'introito per le casse dello Stato.
Ps.: «garantire almeno l'invarianza delle corrispondenti entrate»: «almeno?»