La senatrice Paola Taverna e la sindrome del «mo' te caccio»

Mentre l'opposizione chiede al governo di ripristinare i finanziamenti per le periferie degradate, la ventina di sindaci in tribuna indossa il tricolore. Ma la vicepresidente li espelle: vietato esporre simboli in aula la motivazione

Paola Taverna, movimento 5stelle, è vicepresidente del Senato

Paola Taverna, movimento 5stelle, è vicepresidente del Senato

Tommaso Verga 10 ottobre 2018Hinterland

Virginia Raggi caccia la madre di Paola Taverna, la «senatrice borgatara», dalla casa popolare dell'Ater (l'Azienda per edilizia pubblica di Roma: qui ogni mese viene pagato un infermiere – se ne ignorano le mansioni, ma accade davvero –; per curare probabilmente la «psicosi da fallimento»). L'anziana signora non ne ha diritto sostiene la sindaca 5stelle, vi risiede abusivamente. Siamo a Quarticciolo, il quartiere nell'est quasi estremo della capitale, noto per le gesta del «gobbo», acerrimo nemico (appellativo controverso) degli occupanti nazisti. Il film venne diretto da Carlo Lizzani.
Qualche chilometro più in centro, tutt'altro ambiente: la figlia della minacciata di sfratto presiede la seduta del Senato. Probabilmente vittima della psicosi «mo' te caccio», applica la regola ai sindaci, una ventina, presenti sulle tribune di Palazzo Madama. Stanno assistendo al dibattito sui fondi tagliati alle periferie espulsi (e due!) dal decreto «milleproroghe».
Un voltafaccia quello del governo 5stelle-Lega, imposto dalla necessità di rimediare quattrini in ogni dove per realizzare il programma, il cosiddetto «contratto». Il fatto è che la cancellazione dei sicuri finanziamenti ha creato problemi di diversa natura. Il principale riguarda alcuni Comuni i quali, forti della legge del precedente governo sui piani per le periferie degradate, avevano assunto significativi e conseguenti impegni di spesa: ora si trovano esposti a ripercussioni di enorme gravità, pesanti esposizioni debitorie che non escludono persino il default del bilancio. Unico rimedio, «il governo del cambiamento» farebbe bene a cambiare urgentemente opinione.
E' quanto chiedono i partiti di opposizione ed anche i sindaci della maggioranza presenti a Palazzo Madama. Nel mezzo dell'intervento di Andrea Ferrazza, Pd, che illustra la mozione che chiede, appunto, il ripristino dei finanziamenti (dimenticando il primo voto dei deputati pd contro il provvedimento), scoppia la bagarre. I sindaci gridano «vergogna, vergogna» e indossano le fasce tricolori. Poi, manco fossero grillini (non) occupano i banchi del governo. E siccome il «regolamento» proibisce di «esporre simboli in aula», Paola Taverna lo applica. Dopo aver interrotto l'oratore, dà ordine ai commessi di far sgomberare le tribune (e tre!). Fa nulla che il «simbolo» sia la bandiera tricolore.
Rigore ci vuole! «Conoscete meglio di me le regole dell'aula del Senato – il senso della dichiarazione che ha accompagnato il suo provvedimento –. Non sono permesse manifestazioni nelle tribune. Sto mantenendo l'ordine e vi chiedo di collaborare nel rispetto anche del vostro collega, che deve concludere l'intervento». Della serie «il pulpito e la predica».