I dubbi della stampa estera: l'Italia non ha arrestato il vero criminale

L'uomo a processo è accusato della mattanza del 3 ottobre 2013 quando morirono 368 migranti. Quell'arresto fu il fiore all'occhiello dell'operazione Sophia. Tutti i dubbi su un caso internazionale

I due Mered a confronto

I due Mered a confronto

globalist 11 aprile 2018

 


Il 3 ottobre 2013 annegano poco lontano dalla costa di Lampedusa 368 migranti. Una delle più grandi stragi del Mediterraneo. Seguono la nascita dell’operazione Mare Nostrum, polemiche sulla lentezza dei soccorsi, e indagini sugli scafisti – in particolare una, sul trafficante Mered, che diventa il fiore all’occhiello dell’Operazione Sophia. Secondo le autorità italiane, Mered è tra gli organizzatori del viaggio della morte conclusosi con il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013.  Il processo di fronte alla Corte d’Assise di Palermo comincia esattamente quattro anni dopo: il 3 ottobre 2017.
Finora le discordanze di prove sull’identità di Mered non sono bastate a ottenere una scarcerazione: il Tribunale del Riesame di Roma, il 19 gennaio 2017, ha respinto pla richiesta dell’avvocato difensore del Mered in carcere Michele Calantropo: “in attesa di ulteriori approfondimenti investigativi, occorre valorizzare gli elementi che, anche sotto il profilo della esatta identità dell’arrestato, assurgono a gravi indizi e consentono di potere ritenere che il soggetto tratto in arresto in Sudan ed estradato in Italia, sia l’indagato Mered”. A causa del rischio di fuga sono anche state escluse misure alternative alla detenzione.


Scrive il giornalista Lorenzo Bagnoli: "La partita che si gioca sul caso Mered, però, va molto oltre le sorti del carcerato. L’intera Operazione Sophia, il dispositivo di marine militari costituito nel 2015 con lo scopo di smantellare le reti di trafficanti, è appesa al suo successo, il solo che si possa vantare con l’opinione pubblica, visto che Mered è l’unico “capo” arrestato dalle nazioni europee che partecipano alla missione".
Dal carcere Medhanie Tesfamariam Berhe continua a proclamarsi innocente e vittima di uno scambio di persona. "Scambio di persona che sarebbe avvenuto a seguito del passaggio di mano di un’utenza telefonica. Quella che apparteneva al Generale sarebbe finita poi nelle mani della persona oggi in carcere. I due sono omonimi, si chiamano entrambi Medhanie, un nome diffuso in Eritrea quanto Giovanni o Michele in Italia. Secondo la difesa, questa omonimia e lo scambio di utenza telefonica sono le basi dell’arresto sbagliato. Le foto del vero Generale danno subito credito all’ipotesi dello scambio di persona: come rivelato per primo nel 2016 dal Guardian, è evidente che i due hanno diversi anni di differenza. I documenti che sono stati recapitati ai legali di Mered/Berhe dall’Eritrea indicano che è nato nel 1987, sei anni dopo il vero Mered: sono i certificati scolastici, il documento d’identità, lo stato di famiglia", conclude Bagnoli.