di Alessia de Antoniis
Al Forum Euro-Mediterraneo dell’Acqua di Roma, l’inviato speciale del MAECI per le politiche internazionali dell’acqua presenta la Rome Initiative, parla di progetti “bancabili”, investimenti e sistema Italia. Poi, alle nostre domande, indica Palestina e Gaza come possibile banco di prova della diplomazia dell’acqua.
«L’Italia ha deciso di profilarsi sul tema acqua cercando di avere una posizione di Paese trainante». Marco Rago lo dice alla Nuvola di Roma, durante il Forum Euro-Mediterraneo dell’Acqua.
Rago è l’Inviato speciale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per le politiche internazionali dell’acqua: un ruolo che lo porta a seguire per l’Italia i principali tavoli multilaterali sul tema e a raccordare amministrazioni, cooperazione e partenariati pubblico-privati.
L’Italia – spiega Rago – vuole aiutare i Paesi interessati a «scrivere, ideare e progettare nuove linee di intervento con progetti immediatamente bancabili». Non soltanto formazione, dunque. Secondo quanto annunciato dall’inviato speciale, una ventina di progetti dovrebbero essere selezionati insieme a un comitato scientifico e successivamente presentati in Europa alle istituzioni e ai possibili finanziatori.
«Per la prima volta un Paese si fa attore delle esigenze degli altri», sostiene Rago, offrendo assistenza e conoscenze ma assumendosi anche il compito di portare quei progetti verso le sedi in cui possono trovare risorse. L’obiettivo dichiarato è presentare l’iniziativa prima nei principali appuntamenti mediterranei e quindi alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua prevista negli Emirati Arabi Uniti nel dicembre 2026.
Dietro la formula della cooperazione compare anche il sistema Italia. Rago mette insieme istituzioni, imprese, capacità tecnologica e capitale. «Quando si muove il sistema Italia», dice, si muovono competenze, federazioni, aziende, pubblico e privato. «Le risorse, volendo, ci sono», ammette.
Rago riferisce di aver chiesto l’organizzazione, nelle prossime settimane, di una riunione tra i Paesi disponibili a sostenere concretamente il progetto. «I danesi hanno detto che ci sono e i finlandesi stamattina hanno confermato che ci sono», afferma, indicando anche Francia e Germania tra i Paesi che auspica possano unirsi all’iniziativa. È un passaggio che chiarisce il disegno: la politica dell’acqua viene pensata insieme come cooperazione internazionale, capacità di attrarre finanziamenti e terreno di proiezione delle tecnologie nazionali.
Anche l’intelligenza artificiale entra in questa cornice, in grado di «ridurre tempi e costi della progettazione». Ma segna anche un limite: «Se non c’è l’acqua, l’intelligenza artificiale non è che può fare miracoli». L’AI può intervenire sulle perdite, sulle reti, sulla previsione e sulla capacità di calcolo; la scarsità impone invece anche nuove fonti di approvvigionamento, investimenti e decisioni politiche.
Rago usa poi un termine ripetuto varie volte durante i giorni del forum: diplomazia blu. L’acqua come risorsa da amministrare, ma che può diventare materia diplomatica, perfino in aree dove il dialogo politico sembra essersi arrestato.
Di fatto, una crisi umanitaria nel Mediterraneo meridionale è sotto gli occhi di tutti. A settembre OCHA riportava che il 91 per cento delle famiglie monitorate nella Striscia di Gaza viveva una condizione di insicurezza idrica moderata o alta, mentre una parte molto rilevante delle infrastrutture idriche e fognarie resta danneggiata o funziona a capacità ridotta.
Anche la crisi delle acque reflue ha mostrato quanto gli effetti ambientali possano attraversare i confini: nel settembre 2026 esperti e organizzazioni israeliane hanno indicato gli scarichi non trattati provenienti da Gaza tra i fattori che possono aver aggravato la proliferazione algale che ha colpito gli impianti di desalinizzazione israeliani.
È su questo punto che, al termine del panel, gli abbiamo chiesto di trasformare la formula della diplomazia blu in un caso concreto.
Mi fa un esempio concreto di una situazione in cui la cooperazione sull’acqua potrebbe sbloccare un dialogo politico in questo momento fermo? Siamo abituati a pensare che dietro l’acqua ci saranno le prossime guerre. Sentir parlare di diplomazia blu fa sperare.
La diplomazia blu sicuramente può aiutare a risolvere in questo momento qualche problema in Palestina e a Gaza. Solo la diplomazia può riuscire dove altri non sono arrivati. La diplomazia blu, è l’unica che non ha un dualismo: non può essere considerata uno strumento di guerra, è uno strumento di pace. Quindi l’esempio concreto è aiutare la Palestina a ripristinare la rete idrica, perché non c’è più.
Tel Aviv ha problemi di acqua perché i depuratori sono sul territorio palestinese e in questo momento sono intasati…
Farei un cambio domani mattina: facciamo l’uno e l’altro.
Un cambio in che senso?
Nel senso che, se è necessario in qualche modo dare una mano a Israele a ripristinare la sua linea e questo consente alla comunità internazionale, Italia compresa, di dare una mano a ripristinare una rete idrica che non c’è più per milioni di palestinesi, è un bel cambio.
Nel mondo della diplomazia siete ottimisti?
La diplomazia blu è l’unica cosa che può superare le difficoltà economiche, perché non c’è un risvolto economico sulla diplomazia blu.
Quindi l’acqua sarebbe un deterrente invece che un detonatore di altre guerre?
Potrebbe essere la leva su cui fare riferimento per appianare alcune ostilità.
