Scuola italiana: meno risorse, più disuguaglianze e violenza mentre il Paese invecchia e abbandona i giovani

L’Italia, già terz’ultima in Europa per spesa in istruzione, ha ridotto ancora gli investimenti per gli studenti. Anche tra i paesi OCSE l’Italia è circa 1.200 dollari al di sotto della spesa media per studente.

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15 Settembre 2026 - 11.58


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di Dario Spagnuolo

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Ricomincia la scuola e, con il nuovo anno scolastico, si rianima il surreale dibattito di tutti coloro che parlano di scuola senza saperne assolutamente niente. Il mondo della scuola, infatti, è complesso e ogni anno la situazione peggiora in ragione di una burocrazia elefantiaca che costringe segreterie e dirigenti ad occuparsi di adempimenti burocratici, contratti, acquisti, tutto tranne che di alunni.

A metà settembre si scopre, improvvisamente, che nelle scuole fa caldo. Ovviamente, oramai è troppo tardi per fare qualcosa. I plessi scolastici sono inaccoglienti, e la soluzione non può essere qualche euro per acquistare i climatizzatori. I climatizzatori, infatti, producono calore all’esterno inquinando ulteriormente l’ambiente. Soprattutto consumano energia. Chi la pagherà? Certo non le scuole che, mediamente, hanno poco più di mille euro al mese per fronteggiare le spese correnti: contratti telefonici, pulizie straordinarie, assistenza tecnica, responsabile della sicurezza, medico competente. Ogni anno si aggiunge una nuova spesa, ma i fondi sono sempre gli stessi.

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E poi i climatizzatori vanno installati e manutenuti a regola d’arte. Nelle aule dove, in spazi ristretti, si muovono 25 bambini, incluso quelli in carrozzella, non ci possono essere fili elettrici volanti. Inoltre, in ogni istituto vive una comunità e, dunque, per i sistemi di aerazione occorre una manutenzione tale da scongiurare il rischio legionellosi, come avviene negli ospedali. Non servono soldi a pioggia, insomma, ma un programma di investimenti.

Mentre ci si lamenta del caldo, qualcuno invece si rallegra per i dati OCSE PISA secondo i quali gli studenti italiani sarebbero migliorati, ma è solo un’illusione statistica. Per la prima volta, infatti, l’indagine ha coinvolto 91 paesi: è la più ampia mai realizzata. In questo modo, è molto più semplice superare qualche altro Stato, ma nel contesto europeo e in quello dei paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico i problemi restano. L’Italia, già terz’ultima in Europa per spesa in istruzione, ha ridotto ancora gli investimenti per gli studenti. Anche tra i paesi OCSE l’Italia è circa 1.200 dollari al di sotto della spesa media per studente. Fino ad ora, il PNRR  ha nascosto quanto realmente stava accadendo, ma siamo oramai agli sgoccioli e ben presto le scuole si troveranno alla canna del gas.

Quanto alle performance degli studenti, più che essere migliorati gli studenti italiani sono peggiorati quelli degli altri paesi. Le ragioni sono molteplici: c’è l’onda lunga del COVID, il diffondersi della lettura sugli schermi digitali che stimola il cervello diversamente costringendo ad una lettura veloce, superficiale e continuamente interrotta da distrazioni, e il boom delle spese militari che va a detrimento di istruzione e sanità.

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L’anno che inizia, insomma, sarà un anno con meno scuola per tutti, soprattutto nel Mezzogiorno, dove il tempo scuola è già meno della metà rispetto alle scuole del Settentrione. Il problema sono proprio gli interventi estemporanei disancorati da un progetto, che finiscono per creare alle scuole più problemi di quanti ne intendano risolvere. Qualche anno fa, ad esempio, il Mim ha promosso un progetto per agganciare tutte le scuole ai gestori delle reti internet più veloci. E’ appena scaduto l’accordo e adesso tocca alle scuole pagare i canoni ma il fondo per il funzionamento alle scuole è sempre lo stesso. Un istituto comprensivo di 900 alunni e tre plessi per sopravvivere riceve poco più di mille euro al mese. Con questa somma bisogna comprare la cancelleria, i detersivi, pagare il responsabile della sicurezza, il medico competente e così via. Ogni anno aumentano le spese, ma i bilanci restano miseri.

Nel Mezzogiorno, ogni inizio anno c’è la caccia ai banchi e alle sedie, perché senza perequazione e nel totale disprezzo dei valori costituzionali, comuni e città metropolitane sono molto più poveri degli enti locali settentrionali. D’altronde, se il tempo scuola è ridotto le donne restano a casa e non lavorano, e se non lavorano restano al palo anche i consumi e gli introiti derivanti dalle tasse. C’è una differenza di oltre 10.000 euro tra una famiglia che vive nel Sud ed una che vive al Nord, e questa mancanza di risorse si traduce in povertà educativa.

Se la politica finge di non vedere le disuguaglianze, chi le sperimenta sulla propria pelle le vede e prende provvedimenti. Il declino demografico è molto più marcato nel Sud del paese. Secondo i dati MIM, rispetto allo scorso anno in Italia ci sono 132.860 studenti in meno, una diminuzione dell’1,91%. Se si considera solo la Campania, però, gli studenti sono 757.015, 16.000 meno del 2025/26: percentualmente si tratta di un calo del 2,17%. Nel Sud, insomma, non si fanno più figli e i giovani, se ci sono, vanno via. D’altronde, gli stipendi ristagnano e qualcuno giunge a sostenere che ci siano troppi laureati. In realtà, in Italia i laureati sono pochissimi rispetto ai grandi paesi europei, solo che non sono valorizzati così finiscono per varcare il confine.

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Nel 2025 il saldo naturale (la differenza tra nascite e decessi) in Italia è stato negativo di 296.305 unità, come se fosse scomparsa la popolazione di due città come Modena nel giro di un anno. Inoltre, 144.157 persone si sono trasferite all’estero. Gli arrivi dall’estero, cioè gli immigrati, compensano solo in parte questa emorragia, d’altronde in Italia sono indesiderati.

La popolazione italiana diminuisce e invecchia rapidamente, perché scompaiono i più giovani. La scuola, che dovrebbe esprimere l’attenzione del paese per le generazioni future, è ridotta a funzionare come strumento per partite di giro. Si trasferiscono fondi vincolati a precisi acquisti, con il risultato di avere laboratori informatici, ma senza i soldi per pagare la connessione ad internet.

E’ un quadro schizofrenico, in cui la politica formula proposte e agisce in maniera totalmente disarticolata dal quadro generale. Il disagio nelle scuole è palpabile: aumenta la violenza. Solo lo scorso si ricordano l’assassinio di Youssef Abanoub nell’Istituto Tecnico “Einaudi Chiodo” di La Spezia e l’accoltellamento della prof.ssa Chiara Mocchi in provincia di Bergamo. Ma i casi sono molti di più. La risposta è limitare i coltelli, installare i metal detector, inasprire le sanzioni. Come se per evitare ad una persona di mangiare fosse sufficiente privarlo della forchetta.

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La questione non è quali armi si usano, ma comprendere le ragioni del disagio che, in verità, sarebbero anche evidenti. E’ sufficiente pensare che il suicidio è la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni.

Invece, in un parossismo aziendalista che coniuga efficienza e risparmi, le politiche scolastiche hanno completamente dimenticato gli studenti.

Sarebbe necessaria una politica coraggiosa: aumento del tempo prolungato, costruzione di asili nido, palestre, mense, miglioramento dell’edilizia scolastica, gratuità dei libri di testo e counselor nelle scuole di ogni ordine e grado. Ma sono interventi costosi e, in più, comportano la scelta di abbandonare il linguaggio aggressivo e violento che troppi leader politici adottano per raccogliere facilmente consenso.

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Si attende, dunque, un gesto coraggioso, se mai arriverà. Intanto, i piccoli estremisti crescono, come il ragazzino di Perugia che, a soli 13 anni, costruiva bombe nella propria cameretta. Siamo già in ritardo, nei centri urbani si moltiplicano i gruppi di giovani e adulti che vanno in giro la sera per pestare qualche clochard o qualche immigrato. Si rifanno ad ideologie neonaziste, ma è solo per mascherare l’istinto, per poter cedere alla violenza protetti dal branco e dall’irrilevanza sociale delle vittime.

Forse la scuola, in Italia, è ancora meno di quello che sembra.

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