di Dario Spagnuolo
Non c’è solo la “remigrazione”. In Italia esistono anche realtà all’avanguardia che promuovono l’inclusione accrescendo la dinamicità del mercato del lavoro e contribuendo alla crescita del capitale culturale e sociale.
Il 13 luglio, presso la Scuola di Lingua e Cultura Italiana della Comunità di Sant’Egidio a Napoli sono stati consegnati oltre 50 attestati e diplomi ai mediatori culturali e caregiver che hanno frequentato i corsi di formazione.
Nata prima a Roma e poi, nel 1989, a Napoli, la Scuola di Lingua e Cultura Italiana di Sant’Egidio offre corsi gratuiti di lingua ai tanti migranti desiderosi di imparare. Si va dal livello A1 di alfabetizzazione, fino ai livelli più avanzati (C1 e C2), con la possibilità di sostenere in sede l’esame CELI in convenzione con l’Università di Perugia. Da oltre 30 anni, la sede di Vico San Nicola a Nilo 4-6 ha visto passare più di 30.000 studenti. Solo per il presente anno accademico sono state attivate 45 classi per un totale di oltre 1.700 alunni. La comunità più rappresentata è quella srilankese, che è anche la più numerosa nel contesto cittadino, ma numerosi sono anche gli ucraini, i salvadoregni, i georgiani, i bangladeshi mentre l’Africa vede una presenza molto più composita con guineani, senegalesi, maliani, liberiani e così via.
Negli ultimi anni, inoltre, le richieste di iscrizioni sono talmente aumentate che è stato necessario attivare ulteriori corsi anche nei quartieri Vomero, Mergellina e Rione Sanità. Anche questi sono tenuti da docenti volontari e offrono le medesime opportunità dei corsi che si svolgono nella sede centrale.
Gli insegnanti sono, per lo più, docenti di scuola pubblica e professori universitari che impiegano il proprio tempo libero a favore dell’integrazione. I giorni più affollati sono la domenica mattina e la sera del giovedì, ma la scuola è aperta praticamente 7 giorni su 7.
Partendo dall’esperienza della Scuola di Italiano, in collaborazione con l’Università di Napoli Federico II è nata anche l’idea di attivare corsi per “Mediatore europeo per l’intercultura e la coesione sociale” e per “caregiver”. Il successo è stato immediato, in 9 anni, sono stati rilasciati più di 500 attestati a mediatori e caregiver e sono tanti coloro che hanno poi trovato impiego con questa qualifica. Qualcuno, come Mamadou, è rimasto talmente affascinato dalle tematiche del corso da iscriversi a Scienze Infermieristiche e, terminati gli studi, è stato assunto in una delle cliniche cittadine.
Mediatori e Caregiver non sono corsi riservati ai soli stranieri, assai significativa è la presenza di studenti italiani che, dal contesto multiculturale, hanno tratto impulso per i propri studi. La Scuola è divenuta così un vero centro di vita culturale. Alla cerimonia di premiazione, non a caso, erano presenti anche magistrati, giornalisti, medici e altri professionisti che hanno aderito entusiasticamente all’iniziativa e contribuiscono a portarla avanti.
Oltre 30 anni di storia non sono certo un progetto sporadico o un’iniziativa finalizzata a raccogliere un po’ di consenso. Sorprendentemente, anzi, la Scuola non è particolarmente pubblicizzata se non dagli stessi alunni, con il risultato che le aspettative e l’impegno di chi si iscrive sono molto alti.
Figura di riferimento è Francesco Dandolo, ordinario di Storia economica presso l’Università Federico II, ma anche responsabile della Scuola di Lingua e Cultura Italiana della Comunità di Sant’Egidio e direttore scientifico del Corso per Mediatori Culturali. E’ soprattutto grazie all’opera di Francesco Dandolo se otto fondazioni, tra cui Fondazione Aurora, Gesac, Fondazione Banco di Napoli, ESI e altre, hanno scelto di erogare delle borse di studio a studenti stranieri che frequentano gli Atenei napoletani. Dal 2016-19 sono state erogate già 155 borse di studio, rivolte soprattutto a studenti provenienti da paesi in conflitto, tra cui alcune giovani siriane oramai laureatesi brillantemente. Alcuni dei giovani laureati hanno anche trovato impieghi prestigiosi, come funzionari presso le ambasciate dei rispettivi paesi di origine. L’accoglienza, in questo caso, ha creato dei ponti preziosi per le relazioni politiche ed economiche dell’Italia sullo scacchiere internazionale.
Insieme a Francesco Dandolo, ovviamente, altre decine di volontari come Mercede Sabatini, professoressa di lingue e responsabile della didattica, e Carmen Manna, referente per gli esami CELI.
Per i prossimi anni, oltre all’aumento dei corsi di lingua e cultura italiana, Francesco Dandolo prevede un incremento anche dei corsi di formazione professionale. La domanda di lavoro è tanta, spesso si cercano nuove figure professionali che il mercato del lavoro non produce, anche in ragione di una lettura stereotipata e banale del contesto italiano che, visto dalle aule della Scuola di Italiano, sembra molto più dinamico di quanto raccontato da leader e opinionisti politici.
Mentre si consegnano gli attestati, guardo le tante foto presenti nell’aula magna. Tra queste riconosco Jerry Masslo, tra i primi studenti della Scuola di Lingua Italiana di Sant’Egidio, a Roma. C’è poi quella sorridente di un cingalese: è Susantha, morto nel primo anno di epidemia di Covid. Come tanti altri studenti aveva deciso di non essere solamente uno studente della Scuola, ma di impegnarsi in prima persona nel volontariato, proprio come fanno i maestri della Scuola. Si recava dagli anziani del Rione Sanità per trovarli, portargli un caffè, chiacchierare con loro. Era divenuto talmente benvoluto che, alla sua morte, hanno voluto dedicargli un ricordo proprio nella Chiesa di Santa Maria alla Sanità. Susantha: l’esempio di un nuovo europeo, di un futuro migliore che può giungere solo se avremo il coraggio di abbattere i muri della paura.
