Eutanasia di un paese: declino demografico, giovani in fuga, aree abbandonate, governi che accelerano il disastro

Italia: eutanasia di un paese. E’ il riassunto di alcuni dati che, messi assieme, lasciano supporre che i governi recenti abbiano lavorato per accelerare il declino dell’Italia.

Eutanasia di un paese: declino demografico, giovani in fuga, aree abbandonate, governi che accelerano il disastro
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4 Febbraio 2026 - 13.18


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di Dario Spagnuolo

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Italia: eutanasia di un paese. E’ il riassunto di alcuni dati che, messi assieme, lasciano supporre che i governi recenti abbiano lavorato per accelerare il declino dell’Italia, comportandosi come infermieri che, pietosamente, somministrano al moribondo un’eutanasia mai richiesta.


Il futuro di un paese, gli anni che è ancora destinato a vivere, dipendono dal ricambio generazionale. L’Italia, però, non è solamente in declino demografico con un saldo naturale che segna -281.000. E’ un paese privo di politiche migratorie, giovanili e per la terza e quarta età.

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Il saldo migratorio, ancora positivo, non compensa adeguatamente l’emorragia di popolazione ma anzi contribuisce all’invecchiamento, considerato che soprattutto i giovani, italiani e non, preferiscono abbandonare il paese.
D’altronde, la condizione delle famiglie straniere in Italia è di forte disagio rispetto ad altri paesi europei. La gran parte della componente irregolare non è costituita da ingressi clandestini, ma da coloro che non riescono a rinnovare il permesso di soggiorno, talvolta per motivi futili. In alcune province, per rinnovare il permesso di soggiorno occorrono quasi due anni di attese, file interminabili e giornate di lavoro perse per appuntamenti inconcludenti presso gli sportelli.

Per il ricongiungimento familiare, poi, bisogna soddisfare requisiti di reddito e di abitabilità che molti italiani non raggiungono. Una serie di normative restrittive, insomma, favoriscono il proliferare di servizi, ai limiti della legalità se non oltre, che lucrano sulla pelle dei migranti che non riescono a far riconoscere i propri diritti. Il risultato è che il 35,6% delle famiglie migranti vivono in condizioni di povertà assoluta.


Sotto il profilo demografico, i comportamenti riproduttivi delle famiglie straniere diventano rapidamente simili a quelli delle famiglie italiane, il cui tasso di fecondità è appena l’1,11 laddove quello delle famiglie migranti è sceso all’1,8 con una media nazionale dell’1,18. In ogni caso, solo una quota dei giovani nati in Italia vi resta.  Analogamente alle famiglie italiane, anche quelle straniere appena possibile mandano i propri figli all’estero, nella consapevolezza che un paese che non investe sui giovani non ha speranze per il futuro.

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Oggi, l’Europa è il continente con l’età mediana più alta, 44,7 anni, l’unico continente in cui questo valore supera i 40 anni. L’Italia detiene il primato europeo con un’età mediana di 48,7 anni, sopravanzata nel mondo solo dal Giappone (49,8).


Senza giovani, in un paese sempre più vecchio, la vita economica e sociale è destinata al collasso. Si resta al lavoro sempre più a lungo, ma con una produttività rapidamente decrescente. Il bisogno di cure, viceversa, aumenta esponenzialmente ma non ci sono né medici, né infermieri, né risorse per pagare ospedali e RSA. Senza giovani, la situazione è destinata a peggiorare.


In questo contesto, sarebbe lecito attendersi un’audace politica immigratoria, capace di attrarre giovani generazioni di migranti, e un altrettanto spregiudicata politica a favore dei più giovani, con facilitazioni negli studi, nell’accesso al mercato del lavoro e stipendi adeguati.

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Al contrario, il paese prosegue nel suo spopolamento e tra gli obiettivi del Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne si legge “assistere in un percorso cronicizzato di declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso”. La “strategia” insomma, è quella di accompagnare lo spopolamento delle aree interne, anzi di affrettarlo. Basta osservare alcuni altri provvedimenti come quelli che riguardano le scuole, spesso uno dei pochi centri vitali dei paesi più piccoli ed un importante sostegno per le famiglie più giovani che intendono restare.


Negli ultimi 10 anni sono state chiuse 1.072 scuole, pari al 12,1% del totale, passando da 8.508 a 7.476. Oltre la metà, 661, sono state chiuse negli ultimi due anni, dando un decisivo impulso all’abbandono dei piccoli centri.
Al di là della retorica sul patrimonio paesaggistico, culturale e gastronomico, dunque, di fatto si è incoraggiato l’abbandono di territori che hanno invece un’importanza decisiva nella produzione di prodotti tipici, nella conservazione della cultura contadina e rappresentano una delle attrazioni turistiche del paese, come dimostrato dai recenti dati sulle presenze turistiche in Italia.


L’abbandono delle aree interne insomma rappresenta un enorme impoverimento, ed ha conseguenze disastrose anche in termini di prevenzione e gestione del territorio dalle catastrofi ambientali. Basti pensare che l’Italia è il primo paese europeo per dissesto idrogeologico, con il 91% dei Comuni situati in zone a rischio.

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Ogni anno si registrano alcune migliaia di eventi franosi con centinaia di vittime, soprattutto in Lombardia, Sicilia, Sardegna, Liguria, Friuli e Campania. Preoccupanti anche la gestione delle acque e le alluvioni che hanno funestato con cadenza annuale l’Emilia Romagna e numerose altre regioni italiane, seppure in maniera più localizzata.


Il governo attuale, tuttavia, è allineato con i paesi negazionisti e non può sorprendere che cerchi di derubricare il ciclone Harry, forse il primo caso veramente rilevante di “Medicane” (uragano del Mediterraneo) che ha devastato chilometri di costa in Sicilia, Sardegna e Calabria, a semplice mareggiata.


L’equilibrio demografico, già ampiamente compromesso, dunque, è una questione di  sopravvivenza per l’Italia e ne investe tutti gli aspetti sociali, economici, antropologici. L’antropologo e filosofo Vito Teti ha formulato il “diritto alla restanza”, a non abbandonare la propria terra anche quando si tratta di un’area interna dove la vivibilità è soprattutto questione di servizi.

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Se l’Italia vuole avere un futuro è il caso di cambiare rotta.

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