Perché Gaza non sia la nuova Srebrenica: in piazza per la Palestina

Ognuno con la propria storia, individuale e collettiva. Ognuno con la propria sensibilità, la propria visione politica. Ma tutte e tutti con la Palestina nel cuore.

Perché Gaza non sia la nuova Srebrenica: in piazza per la Palestina
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

8 Marzo 2024 - 21.18 Tivoli


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Ognuno con la propria storia, individuale e collettiva. Ognuno con la propria sensibilità, la propria visione politica. Ma tutte e tutti con la Palestina nel cuore. Domani a Roma, in una grande manifestazione nazionale promossa da un arco ampissimo di associazioni, ong, sindacati, organizzazioni studentesche…

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Gaza come Srebrenica

 “In piazza per fermare il massacro. Gaza non deve diventare come Srebreinica. Salviamo i palestinesi dalle bombe e dalla fame. È l’appello lanciato dalla Fondazione PerugiAssisi. Che in comunicato, spiega: “Mercoledì 6 marzo 2024 il Sudafrica si è rivolto nuovamente alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia “al fine di garantire con urgenza la sicurezza e l’incolumità di 2,3 milioni di palestinesi a Gaza, tra cui oltre 1 milione di bambini. “Il Sudafrica teme che questo ricorso possa essere l’ultima opportunità che questa Corte avrà per salvare il popolo palestinese di Gaza che sta già morendo di fame e che ora è a “un passo” dalla carestia.

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Nel caso del “Genocidio bosniaco”, la Corte ha rifiutato di ordinare le misure provvisorie aggiuntive richieste il 27 luglio 1993. Nel giro di due anni, circa 7.336 bosniaci nella cosiddetta “area sicura” di Srebrenica sono stati massacrati, in quello che la Corte ha stabilito retrospettivamente sia stato un genocidio. Qui, il Sudafrica chiede rispettosamente a questa Corte di agire nuovamente ora – prima che sia troppo tardi – per fare ciò che è in suo potere per salvare i palestinesi di Gaza dalla fame genocida. 

Chiediamo all’Italia di sostenere il ricorso del Sudafrica e di far rispettare l’ordinanza della Corte internazionale di giustizia! Non perdiamo anche questa ultima opportunità”.

Un appuntamento – rimarcano gli organizzatori – che segue alle tante mobilitazioni che si sono realizzate il 24 febbraio e che continuano a svolgersi nelle città italiane, europee e del mondo per dire basta alla logica della guerra e del riarmo, per chiedere di fermare le armi e di riprendere il cammino tracciato dal diritto internazionale.

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Ciò che accade in Medio Oriente in questi mesi è il risultato di anni di ingiustizie, di soprusi, di violazioni dei diritti umani e di responsabilità politiche della comunità internazionale, che hanno alimentato una spirale di odio e di violenza in entrambe le comunità a cui deve essere posto fine immediatamente, per restituire dignità, uguali diritti, libertà e democrazia e costruire le basi del rispetto reciproco e della convivenza tra palestinesi ed israeliani. 

In particolare, a Gaza la situazione è oltre l’immaginabile, come riporta la delegazione italiana di associazioni e parlamentari che dal valico di Rafah ci trasmette queste parole: “Solo nel nord (della Striscia di Gaza) vivono, o meglio sopravvivono, oltre 300mila persone che, consumano un pasto ogni quattro giorni. C’è chi è costretto a nutrirsi con cibo per animali ed erbe selvatiche. Domenica 3 marzo, l’Unicef ha comunicato che in quel solo giorno sono morti 10 bambini per malnutrizione e disidratazione. Le autorità israeliane, nonostante la gravità della situazione, continuano a negare l’ingresso degli aiuti. Sono sotto gli occhi di tutti le scene di disperazione e morte che avvengono quando entra uno dei pochi carichi di aiuti autorizzati…”.

E ancora: “Al sud, nella città di Rafah, dove prima abitavano circa 280 mila persone adesso ne sono stipate 1,6 milioni in alloggi di fortuna: uomini, donne e bambini che hanno perso tutto, esposti alle intemperie, con cibo, acqua razionati. Un bagno ogni 600 persone, quando lo standard nelle emergenze è un bagno ogni 20. La negazione della dignità umana e dei più basilari diritti fondamentali, a Gaza, è anche questo. Per non parlare del sistema sanitario ed ospedaliero che è completamente collassato a causa dei bombardamenti e della penuria di medicinali e dispositivi medici, incapace quindi di rispondere ai tanti bisogni dei residenti della Striscia.”

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Tutto ciò è semplicemente disumano. Il governo e l’esercito di Israele devono fermarsi. Tutte le armi devono tacere. Lo ha chiesto la Corte Internazionale di Giustizia: va impedito il genocidio. Si deve porre fine a questa ondata di violenza. Si debbono liberare tutti e tutte, prigionieri ed ostaggi. Si deve riconoscere lo Stato di Palestina e porre fine all’occupazione. Si deve investire nella costruzione della pace e della giustizia, per la sicurezza dei popoli, e per questo serve urgentemente una Conferenza internazionale di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite. 

Uniamoci a manifestare pacificamente per chiedere l’immediato cessate il fuoco a Gaza, in tutta la regione e per la pace giusta in Medio Oriente ed in ogni altra parte del pianeta. 

Dal palco si susseguiranno brevi letture e testimonianze di artisti, rappresentanti delle associazioni e sindacati, testimonianze da Gaza, operatori sanitari, giornalisti, giovani e studenti.

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Obiettare è giusto

Il Movimento Nonviolento aderisce e partecipa alla manifestazione nazionale “Cessate il fuoco!” del 9 marzo a Roma, promossa dalla coalizione AssisiPaceGiusta. La diplomazia è immobile, il diritto internazionale non ha voce, l’Onu è paralizzata, mentre la strage di civili sembra non avere fine e l’aggressività̀ bellicista pare ormai fuori controllo. “Basta, fermatevi”, è il grido che viene dalle vittime e dai popoli che vogliono la pace. 

A Gaza è in atto una strage di civili, un massacro, una pulizia etnica; crimini di guerra perpetrati dal governo e dall’esercito di Israele, dopo anni di apartheid, occupazione, repressione, hanno spento speranze di pace e libertà. In quella striscia di terra, diventata una prigione a cielo aperto e una caserma nel sottosuolo, oggi ci sono solo cumuli di macerie e la popolazione è braccata. Stiamo assistendo ad una crisi umanitaria di proporzioni enormi, non possiamo tacere. 

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Il criminale atto terroristico del 7 ottobre messo in atto da Hamas contro lo Stato di Israele, “nazione del popolo ebraico”, ha acceso la miccia di una violenza senza precedenti nella regione. Violenza chiama violenza, e la moltiplica fino a che diventa inarrestabile.


Prima che sia troppo tardi bisogna imporre un “cessate il fuoco” a tutte le parti in causa. La popolazione civile di Gaza è vittima della violenza israeliana, e ostaggio della violenza di Hamas. Due terrorismi che vogliono eliminarsi a vicenda, ma che al contrario si autoalimentano. La priorità̀ in questo momento è garantire l’assistenza umanitaria alla popolazione di Gaza. Per fermare tutto questo, per ottenere la liberazione degli ostaggi ancora in mano ad Hamas e creare le condizioni per la convocazione di una Conferenza internazionale per la pace e giustizia in Medio Oriente, la fine dell’occupazione e il riconoscimento dello stato di Palestina sulla base delle risoluzioni Onu, per garantire la sicurezza ad Israele, è necessario il Cessate il fuoco, ora, subito. Ognuno deve fare la sua parte, quel che può̀, senza cedere al senso di impotenza. Il virus della violenza è contagioso, la crisi che ha colpito la “terra santa” (ora terra martoriata) allarga la guerra già̀ in atto in Ucraina, la crisi nel Mar Rosso e avvicina lo spettro di uno scontro militare globale. È il frutto avvelenato della corsa al riarmo dei decenni precedenti. Noi, da parte nostra, rilanciamo la Campagna di Obiezione alla guerra per sostenere gli obiettori di coscienza, disertori, renitenti alla leva di tutte le parti, russi, bielorussi, ucraini, israeliani e oppositori nonviolenti palestinesi: gli unici che già̀ oggi si sottraggono alla follia collettiva, che dialogano tra di loro prefigurando i “gruppi misti” della futura convivenza pacifica necessaria. Per il disarmo e la nonviolenza lavoriamo ogni giorno, e il 9 marzo saremo in piazza con tutte le donne e gli uomini di buona volontà̀ che cercano vie di pace”.

Con la Palestina nel cuore.  

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