Figliuolo e il calcolo politico del governo Meloni di lasciare l'Emilia-Romagna nei pasticci

Bonaccini non sarà il commissario ma arriverà il generale Figliuolo ma dopo due mesi di nulla.

Figliuolo e il calcolo politico del governo Meloni di lasciare l'Emilia-Romagna nei pasticci
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Claudio Visani Modifica articolo

28 Giugno 2023 - 14.33


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Alla fine è arrivato l’uomo con le stellette, che al di là della persona è un simbolo muscolare che fa tanto destra. Il governo ha nominato il generale Figliuolo commissario all’alluvione e ha centrato il suo primo obiettivo politico: evitare che la ricostruzione in Romagna fosse affidata a Bonaccini, come sembrava logico e come chiedevano i romagnoli, le istituzioni locali, tutte le forze socioeconomiche e perfino i governatori della Lega. “Scelta sbagliata ma collaboreremo”, hanno commentato a caldo lo stesso Bonaccini e i sindaci di Bologna e della Romagna. Non è il valore dell’uomo a essere messo in discussione. Come commissario per il Covid (nominato da Draghi con favore bipartisan) fece bene, riuscendo a far vaccinare il 90% degli italiani. E la migliore collaborazione, come egli stesso riconosce, la trovò in Bonaccini e nell’Emilia-Romagna. È la scelta centralista in una materia complessa che richiede la più alta condivisione a tutti i livelli (Stato, Protezione civile, Regione, Istituzioni locali, sindacati, associazioni di categorie, imprese, cittadini) che lascia perplessi e va di traverso all’Emilia-Romagna. 

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Ci sono voluti quasi due mesi per arrivare alla sua nomina. Un tempo lunghissimo e irragionevole per una calamità nazionale come questa. Un tempo in cui la Regione, le amministrazioni locali, le imprese e la popolazione delle zone colpite sono stati lasciati soli ad affrontare i danni della catastrofe. Tanto da fare sospettare che questo ritardo nasconda anch’esso un preciso calcolo politico: lasciare nei pasticci l’Emilia-Romagna rossa, fare in modo che siano il presidente regionale e i sindaci a dover sopportare l’onda d’urto della disperazione e dell’esasperazione popolare, per tentare poi di intercettarne il malcontento e prenderne lo scalpo alle elezioni del prossimo anno. Sarebbe un fatto gravissimo, inedito. Uno schiaffo agli alluvionati, un torto al Paese che dall’Emilia-Romagna trae una bella fetta di Pil, e anche uno sgarro a Mattarella che visitando le zone alluvionati ha scandito: “Non sarete lasciati soli”. 

Dopo le passerelle e le promesse iniziali e dopo il primo stanziamento da 1,6 miliardi – non destinato però all’emergenza ma in massima parte a coprire i costi della cassa integrazione, della sospensione temporanea degli adempimenti fiscali e a sostenere l’export – il governo si è fatto di nebbia. Per gli interventi di somma urgenza volti a ripulire strade e case, prosciugare il territorio allagato, rimuovere centinaia di frane e riaprire le strade nell’appennino devastato, dallo Stato sono arrivati per ora soltanto 30 miseri milioni. Gli altri 500 li hanno dovuti anticipare i Comuni con debiti extra-bilancio. Si stima che ne servano almeno altri 1.500 per riportare un minimo di normalità. I pochi aiuti diretti dello Stato, soprattutto attraverso l’impiego del Genio dell’Esercito, sono andati – guarda caso – quasi esclusivamente ai comuni governati dalle destre.

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Ora che il commissario c’è, ci si aspetta un deciso cambio di passo. Passo militare. Sperando che il generalissimo non sia come “il cavaliere inesistente” di Calvino, che era solo l’armatura senza contenuto, ma che sotto tutte quelle medaglie si porti appresso anche i nove miliardi di euro che servono per risarcire chi ha perso tutto, ricostruire case, strade, infrastrutture, letti dei fiumi, argini, per aiutare l’agricoltura e le imprese a ripartire e per mettere in sicurezza e ricostruire la Romagna devastata dall’alluvione. 

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