Migranti, la guerra alle Ong arriva in Parlamento: servono le 'barricate' contro il decreto

Quel decreto “disumano” e fuorilegge, rispetto a norme del Diritto del mare e a Convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia, ora arriva in Parlamento per essere trasformato in legge. Opponetevi. Con tutta la determinazione necessaria.

Migranti, la guerra alle Ong arriva in Parlamento: servono le 'barricate' contro il decreto
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8 Gennaio 2023 - 19.39


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Messaggio urgente ai parlamentari dell’opposizione al governo più di destra nella storia d’Italia dopo Benito Mussolini: se esistete, dimostratelo dando ascolto alle richieste di quel mondo solidale che il governo Meloni-Salvini-Piantedosi vorrebbe buttar fuori dal Mediterraneo, impedendo alle navi delle Ong di salvare vite umane. Quel decreto “disumano” e fuorilegge, rispetto a norme del Diritto del mare e a Convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia, ora arriva in Parlamento per essere trasformato in legge. Opponetevi. Con tutta la determinazione necessaria.

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Per rinfrescare la memoria

Il nuovo decreto legge, firmato dal Presidente italiano il 2 gennaio 2023, ridurrà le capacità di soccorso in mare e renderà ancora più pericoloso il Mediterraneo centrale, una delle rotte migratorie più letali al mondo. Il decreto è apparentemente rivolto alle Ong di soccorso civile, ma il vero prezzo sarà pagato dalle persone che fuggono attraverso il Mediterraneo centrale e si trovano in situazioni di pericolo”. Lo sottolineano in un appello congiunto 18 ong impegnate nel soccorso in mare (tra cui Emergency, Sea Watch, Sos Mediterranée, Open Arms, Medici senza frontiere, Mediterranea saving humans e ResQ). “Noi, organizzazioni civili impegnate in attività di ricerca e soccorso (Sar) nel Mediterraneo centrale, esprimiamo la nostra più viva preoccupazione per l’ultimo tentativo di un governo europeo di ostacolare l’assistenza alle persone in difficoltà in mare”, si legge nella nota – Dal 2014, le navi di soccorso civili stanno riempiendo il vuoto che gli Stati europei hanno deliberatamente lasciato con l’interruzione delle proprie operazioni Sar. Le Ong hanno svolto un ruolo essenziale nel colmare questa lacuna e nell’evitare la perdita di altre vite in mare, rispettando sistematicamente le leggi in vigore. Ciononostante, gli Stati membri dell’UE – Italia in testa – hanno tentato per anni di ostacolare le attività di ricerca e soccorso civili attraverso la diffamazione, iniziative amministrative e la criminalizzazione di Ong e attivisti”.

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Le Ong ricordano che esiste già un vasto quadro giuridico completo per le attività SAR, ovvero la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) e la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (Convenzione Sar), “ciò nonostante il governo italiano ha introdotto un’altra serie di norme per le imbarcazioni civili Sar, che ostacolano le operazioni di salvataggio e mettono ulteriormente a rischio le persone in pericolo in mare – spiegano – Tra le altre regole, il Governo italiano richiede alle navi di soccorso civili di dirigersi immediatamente in Italia dopo ogni salvataggio. Questo provocherebbe ulteriori ritardi nei soccorsi, considerato che le navi di solito effettuano più salvataggi nel corso di diversi giorni”.

L’ordine di procedere immediatamente verso un porto, mentre altre persone sono in difficoltà in mare, secondo le Ong contraddice l’obbligo del comandante di prestare assistenza immediata alle persone in difficoltà, come sancito dall’Unclos. “Questo elemento del decreto è aggravato dalla recente politica del governo italiano di assegnare più frequentemente “porti lontani”, che distano fino a quattro giorni di navigazione dall’ultima posizione delle navi – aggiungono -. Entrambe le disposizioni sono progettate per tenere le navi Sar fuori dall’area di soccorso per periodi prolungati e per ridurre la loro capacità di assistere le persone in difficoltà. Le ong sono già messe a dura prova dall’assenza di operazioni Sar gestite direttamente dagli Stati e la diminuzione della presenza di navi di soccorso si tradurrà inevitabilmente in un numero ancora più alto di naufragi”.

Un’altra questione sollevata dal decreto è l’obbligo di raccogliere a bordo delle navi di soccorso i dati dei sopravvissuti, che esprimono la loro intenzione di chiedere protezione internazionale, e di condividere queste informazioni con le autorità. “È dovere degli Stati avviare questo processo e una nave privata non è il luogo adatto per farlo – ricordano le ong -. Come recentemente chiarito dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), le richieste di asilo dovrebbero essere trattate solo sulla terraferma, dopo lo sbarco in un luogo sicuro, e solo una volta soddisfatte le necessità immediate. Nel complesso, il decreto legge italiano contraddice il diritto marittimo internazionale, i diritti umani e il diritto europeo, e dovrebbe quindi suscitare una forte reazione da parte della Commissione europea, del Parlamento europeo, degli Stati membri e delle istituzioni europee”. Infine le organizzazioni civili impegnate nelle operazioni Sar nel Mediterraneo centrale, esortano il governo italiano a ritirare immediatamente il decreto legge appena emanato. “Chiediamo inoltre a tutti i membri del Parlamento italiano di opporsi al decreto, impedendone così la conversione in legge – conclude l’appello -. Non abbiamo bisogno di un altro quadro politico che ostacoli le attività di salvataggio Sar, ma che gli Stati membri dell’Ue garantiscano che gli attori civili Sar possano operare, rispettando finalmente le leggi internazionali e marittime esistenti”.

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Così stanno le cose (come correttamente riportate da redattoresociale.it). 

Un appello, altrettanto “partecipato” e motivato, lanciato da decine di Ong, associazioni, movimenti, perché non fosse rinnovato lo sciagurato memorandum d’intesa Italia-Libia, fu lasciato cadere nel vuoto. Vedete di non replicare quella vergogna.
Ps  Il governo italiano ha detto no alla richiesta delle navi ong Geo Barents e Ocean Viking di dar loro un porto sicuro più vicino di quello di Ancona, che dista oltre 1.500 chilometri dal largo della Libia, dove sono stati salvati i naufraghi. “La nostra richiesta è stata respinta. Le autorità  italiane hanno confermato Ancona come porto sicuro, nonostante il meteo molto preoccupante. Quest’ordine va contro l’interesse dei naufraghi e contro il diritto internazionale, inoltre svuota il Mediterraneo di navi di soccorso”. Così ha comunicato Sos Mediterranée, che gestisce la Ocean Viking.

Anche Msf conferma: il porto assegnato resta quello di Ancona: “Il Viminale ha rifiutato la nostra richiesta di un luogo sicuro più vicino per lo sbarco dei 73 sopravvissuti a bordo della Geo Barents. La nave si sta dirigendo verso Nord”. Queste le nazionalità delle persone a bordo: Sudan, Nigeria, Ciad, Eritrea, Sud Sudan, Niger, Ghana ed Egitto.  “In base alle leggi internazionali marittime – aveva affermato ieri  Juan Matias Gil, capomissione Medici senza frontiere – l’Italia dovrebbe assegnare il luogo sicuro più vicino alla Geo Barents, mentre per raggiungere Ancona ci vorranno almeno 3 giorni e mezzo e le condizioni meteo sono pessime. Assegnare un porto più vicino avrebbe soprattutto un impatto positivo sulla salute fisica e mentale dei sopravvissuti a bordo. Chiediamo pertanto al Ministero dell’Interno l’assegnazione di un luogo sicuro più vicino che tenga in considerazione la posizione attuale della GeoBarents“.  La risposta è stata negativa.

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“A bordo abbiamo persone fuggite dai centri di detenzione in Libia. Un ragazzo ha segni di bruciature, un altro ha un proiettile nel ginocchio, frutto di una tortura subita di recente”, racconta  Fulvia Conte, responsabile dei soccorsi della Geo Barents, nave di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere. “Dopo il rifiuto di concederci un porto più vicino, abbiamo richiesto alle autorità italiane di fare un trasbordo dei 73 naufraghi da Geo Barents a Ocean Viking. Anche questa richiesta è stata rifiutata dal Viminale”, denunciano fonti di Msf. Dal mare, la  guerra alle Ong arriva adesso in Parlamento. L’opposizione alzi le “barricate”. Se ha ancora un’anima e dignità politica. 

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