Presidente Meloni, sono esseri umani non 'migranti': legga queste storie e se ci riesce, rifletta...

Sulla navi delle Ong ci sono persone, esseri umani. E come tali vanno trattati. E raccontati. Persone che portano con sé, dentro di sé, sui propri corpi e nell’anima sofferenze indicibili.  

Presidente Meloni, sono esseri umani non 'migranti': legga queste storie e se ci riesce, rifletta...
Giorgia Meloni
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

10 Novembre 2022 - 16.16


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“A bordo delle navi Ong non ci sono naufraghi ma migranti”. Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. No, presidente Meloni, su quelle navi ci sono persone, esseri umani. E come tali vanno trattati. E raccontati. Persone che portano con sé, dentro di sé, sui propri corpi e nell’anima sofferenze indicibili.  

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Presidente Meloni, trovi il tempo per leggere le storie di due persone sbarcate ieri assistite dal team di Medici Senza Frontiere a bordo della Geo Barents. 

Due storie esemplari

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*22 anni, dal Bangladesh*

“Nella mia famiglia sono il figlio maschio più grande e ho due fratelli minori di 12 e di 7 anni. Mio padre ha problemi di cuore e non riesce a lavorare molto. Hanno deciso di mandarmi all’estero per poter guadagnare ed aiutare la famiglia a crescere i miei fratelli. Quando sono arrivato in Libia avevo tanti sogni, credevo che avrei aiutato la mia famiglia, avrei lavorato e guadagnato. Invece la situazione in Libia era molto brutta. Ho lavorato un po’ di mesi ma non guadagnavo abbastanza e a volte non mi pagavano. Un giorno mentre andavo al lavoro sono stato sequestrato per strada. Mi hanno imprigionato in un magazzino. Le persone che non potevano pagare subito venivano portate in un angolo dove venivano torturate. Per convincere la mia famiglia a pagare mi hanno legato le gambe e mi hanno appeso al soffitto e hanno videochiamato la mia famiglia per fargli vedere quanto stavo soffrendo. Mi hanno picchiato un sacco, ho ancora le cicatrici. Mio padre e la mia famiglia hanno dovuto vendere la casa e i loro terreni e tutto quello che avevano per liberarmi da quel posto. Hanno dovuto pagare varie volte perché questi gruppi criminali mi hanno venduto un paio di volte da un gruppo all’altro. Quando pagavano un gruppo, questo non mi liberava ma mi vendeva a un altro gruppo. La mia famiglia ha dovuto prendere diversi prestiti per liberarmi, non mi ricordo esattamente quanto hanno dovuto pagare in totale, ma più i 10/15 mila euro. Una volta che sono stato liberato sono partito per l’Italia. Ho viaggiato tre giorni su un’imbarcazione, è stato un viaggio abbastanza difficile e quando siamo stati soccorsi da Medici Senza Frontiere e ho pensato che finalmente ero in un posto sicuro e che sarei riuscito a realizzare il mio sogno. Invece sono rimasto bloccato per due settimane. Ho lasciato il mio paese un anno fa e non ho potuto mandare i soldi alla mia famiglia e per questo i miei fratelli hanno dovuto abbandonare gli studi. Non sono in contatto con la mia famiglia da due settimane e non sanno se sono vivo o morto. Non so cosa aspettarmi dal futuro perché psicologicamente e fisicamente sto male, per questo vi chiedo aiuto. Aiutatemi a realizzare il mio sogno e ad aiutare la mia famiglia”.

*50 anni, dal Bangladesh*

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“Ho perso casa mia a causa di un’inondazione che ha portato via tutto, la casa e il terreno. Ho una moglie e tre figli e i miei genitori da mantenere. Non avevamo più una casa in cui vivere così un vicino ci ha dato la possibilità di costruire sul suo terreno. Dopo un po’ di tempo però ci hanno chiesto di andare via il prima possibile. In Bangladesh non guadagnavo a sufficienza per mantenere la mia famiglia. Ero un contadino. Così ho deciso di lasciare il mio paese e andare in Libia. Quando sono arrivato in Libia non sono riuscito a lavorare molto perché non trovavo lavoro e quando lo trovavo non mi pagavano. Poi sono stato sequestrato. Hanno chiesto soldi alla mia famiglia per liberarmi. La mia famiglia però è molto povera, non aveva i soldi per liberarmi e hanno dovuto chiedere dei prestiti. In questo periodo poi mio padre ha avuto problemi ai reni e ha dovuto iniziare la dialisi. Queste cure in Bangladesh sono molto costose perché lo stato non le fornisce. Dopo che sono stato liberato ho deciso di partire per l’Italia. Non è stato facile partire. Avevo tanti debiti da pagare ma ho pensato che una volta arrivato in Italia sarei riuscito a trovare subito un lavoro e avrei potuto ripagare i miei debiti. Non so quando riuscirò a scendere da questa nave e non sono come aiutare la mia famiglia che sta veramente soffrendo molto”.

Si continua a morire…

Dopo la donna morta per ipotermia a Lampedusa, sull’isola è arrivato il cadavere di un bimbo, che viaggiava su un barchino dal Nordafrica verso l’Italia. Il corpo è stato trovato su un natante soccorso al largo, insieme a un gruppo di migranti che tentava di raggiungere il nostro Paese. I profughi sono poi sbarcati questa notte a Favaloro. Sul posto era già presente una bara bianca per accogliere la salma del bambino, visto che la notizia era già stata diffusa prima dello sbarco.

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Secondo quanto si è appreso successivamente il piccolo, originario della Costa d’Avorio, aveva appena 20 giorni di vita. Sull’imbarcazione su cui viaggiava erano presenti 36 persone, tra cui nove donne e due minori. C’erano anche due persone ustionate. I medici presenti al momento dello sbarco hanno proceduto all’ispezione del cadavere del bimbo, confermando quanto spiegato dalla madre, che viaggiava con lui sull’imbarcazione. Il neonato soffriva di problemi respiratori. Ora il cadavere è nella camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana, mentre la mamma è stata trasferita insieme agli altri migranti sbarcati all’hotspot di contrada Imbriacola. La Procura della Repubblica di Agrigento è stata informata dei fatti. In totale sono 118 i migranti arrivati a Lampedusa dalla mezzanotte in poi su tre barchini diversi. Ieri, invece, ci sono stati nove diversi sbarchi sull’isola siciliana, per un totale di ben 522 persone. Nel frattempo continua il lavoro delle Ong nel Mediterraneo, nonostante la guerra cominciata dal governo italiano: l’equipaggio della Nadir della Ong Resqschip ha partecipato oggi ai soccorsi di 5 barche in pericolo, per un totale di oltre 200 persone salvate. Una barca si è capovolta durante un’operazione di salvataggio della Guardia costiera italiana, ma tutte le 37 persone a bordo sarebbero in salvo. “Un ragazzo è in condizioni critiche e ha bisogno di cure – fanno sapere dalla Ong – Poiché attualmente siamo l’unica nave della flotta civile nel Mediterraneo centrale continueremo a cercare emergenze per aiutare”.

Un sindaco coraggioso

Porto Torres, nel nord Sardegna, è disponibile ad accogliere i profughi della nave di Sos Mediterranèe Ocean Viking, diretta in Francia dopo avere atteso per giorni invano di poter attraccare in un porto sicuro in Italia. La disponibilità a far sbarcare i profughi in Sardegna arriva dal sindaco di Porto Torres, Massimo Mulas: “È mio intento rendere disponibile la città e il porto di Porto Torres ad accogliere i naufraghi della nave di Sos Mediterranèe Ocean Viking”, dichiara il primo cittadino. “Dopo che la Commissione europea ha dichiarato che la situazione a bordo della nave ha raggiunto un livello critico e deve essere affrontata con urgenza per evitare una tragedia umanitaria, e ha chiesto lo sbarco immediato, nel luogo sicuro più vicino, di tutte le persone soccorse e che si trovano a bordo della Ocean Viking, la mia comunità non vuole girarsi dall’altra parte, la città di Porto Torres è sempre stata una città accogliente e solidale con chi soffre”, continua il sindaco Mulas. La Ocean Viking, diretta a Marsiglia, si trova in queste ore in acque italiane a poche miglia dalla costa est della Sardegna, e fra poco dovrebbe navigare proprio davanti a Porto Torres. Il sindaco Mulas non vuole lasciare nulla di intentato. “Non è sicuramente mio intento fare polemica con nessuno, figuriamoci col Governo del mio Paese, ma la città che mi onoro di amministrare è sempre stata e sempre sarà una città accogliente, una città di porto e quindi un porto sicuro per chiunque”, conclude il sindaco. 

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Quei medici “bizzarri”

Altra ”perla” dialettica della presidente del Consiglio è il suo riferirsi alla “bizzarria” dei medici saliti sulle navi Ong al Porto di Catania segnalando la necessità di far sbarcare tutte le persone, perché tutte sofferenti di varie patologie. “Dobbiamo essere grati ai medici che lavorano in certe condizioni. Credo che da parte del presidente del Consiglio Meloni sia stata usata una espressione colorita. Non c’è nessuno scontro fra il Governo e i medici a cui ribadisco la mia solidarietà”.
Così all’AdnKronos Salute Filippo Anelli, presidente della Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo), sulle parole della premier Giorgia Meloni. 
“Esiste l’autonomia professionale del medico, che non può essere intaccata da altri fattori. E il medico sceglie sempre in scienza e coscienza e ne risponde anche alla giustizia ordinistica”. Così Pierino Di Silverio, segretario dell’Anaao Assomed, il principale sindacato dei medici ospedalieri, commenta all’Ansa le parole dell premier che ha definito “bizzarra” la decisione dell’autorità sanitaria di far sbarcare tutti i migranti sulle navi ong, dichiarandoli fragili sulla base di possibili rischi di problemi psicologici. “Non bisogna trattare la sanità con un atteggiamento ideologico e politico ma solo scientifico”, ha aggiunto

Quel rapporto che smentisce il ministro-prefetto

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 Scrive Futura d’Aprile su Il Fatto quotidiano.it: “A riaccendere la polemica sulle navi umanitarie quale fattore di attrazione dell’immigrazione è stato di recente lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che ha ripreso una narrazione del soccorso in mare cara alla destra, ma non solo. Le parole di Piantedosi, però, non trovano riscontro nei dati pubblicati dal suo stesso Dicastero e che fotografano una realtà ben diversa da quella che viene raccontata negli ultimi giorni.

Da gennaio a oggi, infatti, solo l’11,5% degli 87.370 migranti arrivati in Italia è approdato sulle coste italiane dopo essere stato soccorso da una nave umanitaria. Parliamo quindi di sole 10.276 persone. Il dato è tra l’altro in linea con quello degli anni precedenti: nel 2021 le Ong hanno portato in salvo 9.999 persone, ossia il 15% circa del totale, nel 2020 altre 3.416, pari all’11,5%, e 1.998 nel 2019 (17,4%). Restringendo il focus sugli arrivi degli ultimi dieci giorni, l’inesattezza delle parole del ministro è ancora più evidente: delle 9mila persone arrivate in Italia, solo 1.080 si trovano a bordo dalle quattro navi umanitarie in missione nel Mediterraneo. Stando ai dati pubblicati dal ministero dell’Interno, quindi, definire le imbarcazioni delle Ong 

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