Il gip archivia Carola Rackete (e smentisce Salvini: "Ha agito nell'adempimento del dovere di salvataggio"

Il gip del tribunale di Agrigento, Micaela Raimondo ha archiviato l'indagine per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina

Il gip archivia Carola Rackete (e smentisce Salvini: "Ha agito nell'adempimento del dovere di salvataggio"
Carola Rackete
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23 Dicembre 2021 - 10.45


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Le avevano dato della criminale, l’avevano accusata di aver tentato di uccidere militari italiani senza che nemmeno le fosse contestato il tentato omicidio.

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Matteo Salvini, in quel momento per disgrazia degli italiani al governo come vice-premier e ministro dell’Interno l’aveva additata come nemico pubblico solo per la sua propaganda perché in quei mesi più la Bestia metteva alla gogna i nemici del capo e più i sondaggi lievitavano.

Ora anni di menzogne e di retorica sono state azzerate.

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“Carola Rackete ha agito nell’adempimento del dovere di salvataggio previsto dal diritto nazionale e internazionale del mare”. 

Ecco perché la gip del tribunale di Agrigento, Micaela Raimondo, ha archiviato l’inchiesta a carico della comandante di Sea Watch tedesca. Rackete era già stata definitivamente prosciolta dall’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e violenza a nave da guerra che scaturiva dal presunto speronamento della motovedetta della Guardia di finanza il 29 giugno del 2019. E oggi l’archiviazione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

 Il porto di Tripoli, in Libia, “non si può considerate un pos” cioè un porto sicuro. Lo mette nero su bianco la gip del Tribunale di Agrigento che ha archiviato il procedimento a carico di Carola Rackete, la comandante della nave Sea Watch accusata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

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 “Non potendosi considerare ‘place of safety’ il porto di Tripoli – scrive la gip Micaela Raimondo -come anche sottolineato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati che ha di recente evidenziato, in un rapporto, come alcune migliaia di richiedenti asilo, rifugiati, migranti presenti in Libia versino in condizione di detenzione arbitraria e sono sottoposti a torture e a trattamenti disumani e degradanti in violazione dei diritti umani”.

La nave Sea Watch, nel giugno del 2019, “non poteva essere considerato temporaneamente un luogo sicuro” perché a bordo “c’erano persone particolarmente vulnerabili, tra cui donne in stato di gravidanza, sei minori di cui due neonati, migranti con ustioni da carburante e soggetti con sospetta tubercolosi”. 

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