Dopo 40 anni parla il soccorritore Angelo Licheri: "Penso ad Alfredino ogni giorno, ho fatto il possibile"

40 anni dopo la tragedia di Alfredino Rampi, in cui rimase sospeso a testa in giù per 45 minuti per tentare di salvare il piccolo di 6 anni: "Impossibile dimenticare"

Il soccorritore Angelo Licheri
Il soccorritore Angelo Licheri
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10 Giugno 2021 - 08.01


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Fu una delle storie che più segno l’Italia degli anni ’80, chi c’era si ricorda quei giorni lunghissimi in cui Alfredino Rampi lottava tra la vita e la morte nella campagna romana. Fu l’inizio della spettacolarizzazione televisiva, e in quel viavai di telecamere, c’è un pizzico di vita e di umanità rappresentato dal soccorritore Angelo Licheri.

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Nel sentirlo parlare, è come se da quel pozzo artesiano non sia mai uscito. Racconta nel dettaglio della discesa, di come la roccia gli abbia scorticato la pelle, dell'”incontro” con Alfredino Rampi, dei numerosi tentativi di salvarlo, di come, per confortarlo, gli promettesse di comprargli una bici o di portarlo a pesca. Così come di quell’ultimo saluto sofferto: un bacio volante e “Ciao piccolino”.

Eppure, da quel pozzo di Vermicino che il 10 giugno 1981 ha inghiottito Alfredino, Angelo Licheri, il soccorritore volontario sardo che ha rischiato la vita, rimanendo sospeso a testa in giù per 45 minuti per tentare di salvare il piccolo di 6 anni, è uscito 40 anni fa. Senza il bambino.

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“Vorrei che questa tragedia restasse nel cuore di tutti. Per me è impossibile scordarla, penso ad Alfredino in ogni momento”, spiega il 76enne che allora di anni ne aveva 36 e lavorava come autista in una tipografia di Roma. Non si sente un eroe, ma neanche uno sconfitto. Non ha alcun rimpianto, al contrario pensa di aver fatto tutto il possibile, “e forse qualcosina di più”. Licheri racconta la sua vita 40 anni dopo la tragedia che lo ha segnato profondamente. E ripercorre quei momenti di speranza e delusione. 

Com’è la sua vita 40 anni dopo la tragedia di Vermicino?
Una vita da povero vecchietto. Il diabete mi ha causato una gravissima infermità. Ho perso una gamba e non vedo più. Abito in una casa di riposo per anziani a Nettuno. Mi mantengo con la pensione e la vita scorre, pur con le sue difficoltà. E pensare che fino all’epoca di Vermicino non conoscevo alcun ospedale. 

Torniamo a quel momento. Cosa ricorda?
Il ricordo di allora è un po’ sofferto. La storia inizia così: la mattina dell’11 giugno, arrivando al lavoro, ho sentito le due segretarie della tipografia parlare tra loro. Una ha detto: “Però, quel bambino, poverino”. E l’altra ha ribattuto: “Sì, ma tanto riusciranno a tirarlo fuori, stanno lavorando per questo”. In un primo momento, non sapendo di cosa si trattasse, non ho dato peso alle loro parole. Ma sentendole tornare sull’argomento, ho chiesto spiegazioni. E loro: “No, niente, dai, sbrighiamoci, torniamo a lavorare”. Poco più tardi, mentre consegnavo gli stampati, mi sono fermato in un bar a prendere un caffè e ne ho approfittato per comprare il giornale. Un piccolo trafiletto riportava la notizia: “Bambino di 6 anni caduto in un pozzo artesiano mentre giocava”. Ho lasciato perdere e sono tornato a lavorare. Arrivato nel luogo della consegna, ho sentito due ragazzi parlare della vicenda. Mentre mi aiutavano a scaricare, mi hanno detto: “Angelo, perché non provi a tirare fuori il bambino?” E io ho risposto: “Sto lavorando, non posso mica spostarmi e fare come voglio”. Comunque, tornato a casa per la pausa pranzo ho acceso subito la tv, scatenando la reazione sorpresa di mia moglie, visto che non ero solito farlo. Notavo che si parlava solo di Vermicino. 

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E’ a quel punto che è nata in lei la necessità di intervenire in prima persona?
Sì, mi rendevo conto che in me era già viva l’intenzione di andare ad aiutare il bambino. Mia moglie ha capito subito, perché conoscendomi sapeva che sono un tipo molto emotivo. Ad ogni modo, il secondo giorno ugualmente non si parlava d’altro, sentivo più e più sguardi su di me, come se le persone studiassero il mio corpo. C’era chi, vedendo la mia corporatura minuta, mi diceva di provare a salvare il bambino. Iniziavo ad avere paura per la sua sorte. Ero sempre più tentato di andare. 

Cosa ha fatto allora?
Il terzo giorno non ce l’ho più fatta. Dopo una giornata di lavoro, sono tornato a casa e ho detto a mia moglie: “Vado a prendere le sigarette”. Invece, sono andato a Vermicino. Quando uno sente qualcosa dentro, deve farla. Non conoscevo l’indirizzo preciso, ma, a un certo punto, ho incontrato una lunga coda di macchine e ho capito di essere nella direzione giusta. Ho parcheggiato e ho proseguito a piedi perché i carabinieri indirizzavano le auto a dirigersi verso un’altra strada. Ho corso per 2 chilometri e mezzo, forse 3, a testa bassa, come se stessi facendo una maratona. C’era un viavai di persone che andavano e tornavano. Qualcuno mi diceva: “Dove vai?” Ma io non sentivo, tiravo dritto e basta. A un certo punto, trovandomi vicino a una strada sterrata, dove c’era il pozzo, anche proseguire a piedi era impossibile perché i carabinieri non davano il permesso di passare. Allora sono tornato indietro, ho percorso forse 300 metri e, tirando su il filo spinato, come un ladro, quatto quatto, mi sono infilato dentro una vigna, con la paura che magari mi scoprisse il padrone. Avvicinandomi a metà vigna, iniziavo a sentire le voci, la confusione della gente. Di lì a poco mi sono ritrovato in mezzo alla mischia. I carabinieri non facevano passare nessuno. Mi sono detto: “E adesso per entrare cosa mi invento?”. Ho toccato un militare e gli ho detto: “Scusi, può dire a Elveno (Pastorelli, responsabile delle operazioni di salvataggio, ndr) che è arrivato Angelo?”. Sapevo che spostandosi, l’agente avrebbe lasciato libero quel buco. Così sono andato a parlare con la madre di Alfredo e con Pastorelli. 

Come si è presentato e come ha provato a convincerli?
Ho spiegato loro che arrivavo da Roma e avevo l’intento di rendermi utile. Pastorelli mi ha detto che tanti avevano provato ma nessuno era stato in grado. Però mi studiava, mi guardava attentamente. Gli ho chiesto: “Fammi provare”. Lui ha rifiutato. In quel momento mi è venuto quasi da piangere. La madre di Alfredino allora si è rivolta a me dicendomi: “Lei è troppo emotivo, non vorrei che andando a prendere mio figlio, rischiasse anche lei la vita”. Io le he risposto: “Sono maggiorenne, mi prendo le responsabilità di ciò che faccio, mi sono offerto e voi dovete solo accettare”. Ho insistito nonostante i rifiuti e, vista la mia determinazione, ho potuto tentare.

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Racconti…
Vedendo che il buco del pozzo era stretto, mi sono tolto tutti i vestiti e sono rimasto in canottiera e mutande, scalzo. Ho indossato l’imbracatura e mi hanno fatto scendere. Mi hanno dato qualche raccomandazione su come fare. Ho continuato la discesa fino a quando non mi sono imbattuto in una roccia, lì non passavo. Con uno stratagemma, ho sorpassato la roccia, che però mi ha tagliato la pelle dei fianchi e delle spalle, come un macellaio taglia la carne. La mia discesa è continuata fino a che non ho visto davanti a me un ammasso di fango. Non sapevo se fosse il bambino o meno.

Era lui? 
Sì, ma ho avuto bisogno di avvicinarmi ancora per esserne certo. Il posto era strettissimo, muovevo a malapena le mani e le dita. Gli ho tolto il fango dagli occhi con il pollice e dalla bocca con l’indice. Dopodiché, gli ho liberato la mano sinistra – ce l’aveva dietro il ginocchio -, non c’è voluto tanto. Mi sono accorto che le ginocchia erano piegate e toccavano il suo petto. L’altra mano, la destra, era dietro il sederino, a contatto col muro, lì ci ho messo tanto tempo a liberarla. Mentre facevo tutte queste manovre, lui ascoltava e rantolava. Gli promettevo tante cose in quei momenti: che gli avrei comprato la bicicletta nuova e che sarebbe stata migliore di quella dei miei 3 bambini, piccoli come lui (il più piccolo aveva la sua età più o meno); che l’avrei portato a pescare. Insomma, cercavo di incoraggiarlo in tutti i modi. E quando smettevo di parlare, lui rantolava perché voleva che continuassi.

Quanti tentativi ha fatto per tirarlo su con lei? 
Tanti. L’ho imbracato una prima volta, ho dato il segnale alla squadra per tirarlo su, ma lo strattone troppo energico ha fatto sì che la cinghia si sganciasse. Ho tentato una seconda volta la stessa operazione con un’altra tecnica, ma anche in questo caso la cinghia si è sfilata. Allora ho preso Alfredino da sotto le ascelle, ma la sua pelle era talmente scivolosa che non sono riuscito. L’ho preso all’altezza dei gomiti, ma anche in questo caso tentativo fallito. Poi con maggior forza, l’ho afferrato dai polsi e gli ho spezzato quello sinistro, ho proprio sentito “trac”. Lui non parlava, però ascoltava e rantolava. Mi sono accorto che aveva sentito dolore perché ha emesso un rantolo forte, sofferto, come per dire “Mi hai fatto male”. Lì mi sono sentito in colpa. Ho pensato: “Dopo quanto sta soffrendo, mancava solo che gli rompessi un polso”. Dopo tutti questi tentativi falliti – perché lui era incastrato come se una ventosa da sotto lo trattenesse -, era impossibile continuare. Però era rimasta un’ultima speranza, la maglietta che indossava. Ho provato ad arrotolarla un po’, a prenderne il più possibile. Anche questa, però, ha iniziato a cedere. Non c’era più nulla da fare. Così, gli ho mandato un bacino e gli ho detto “Ciao piccolino”. Poi, con un tono disperato, intimavo ai soccorritori di tirarmi su. Una volta tornato in superficie, mi hanno portato in ospedale per le ferite. Sono stato ricoverato per un mese.

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A distanza di 40 anni, che sensazione le provoca adesso ripensare a quel momento?
Vorrei che questa tragedia restasse nel cuore di tutti, per me è impossibile scordarla. Nonostante adesso abbia una certa età, il pensiero è quasi fisso. Ci penso sempre. Alfredino mi viene in mente in ogni momento, involontariamente.

E’ mai tornato sul luogo?
Sì, parecchie volte.

Sente i genitori di Alfredino?
Siamo sempre in contatto. Ci sentiamo una-due volte al mese, però non parliamo mai della vicenda. 

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Ha qualche rimpianto?
Assolutamente, nessun rimpianto. Penso di non aver sbagliato niente. Anzi, ho fatto tanto e forse qualcosa di più.

A questo proposito, tutti ancora oggi la chiamano eroe. Cosa pensa in merito? 
No, la parola eroe non mi piace. Gli eroismi sono altri. Quello che ho fatto è un atto di altruismo. In quel momento, non pensavo nemmeno che si trattasse di un’impresa così difficile. 

Com’è stata la sua vita dopo Vermicino? 
La mia vita è cambiata. Se è vero che mi sono ripreso abbastanza bene e ho ricominciato da dove avevo interrotto, non ero più quello di una volta. Se prima ero un ragazzo molto sveglio, scherzoso e solare, dopo Vermicino lo sono stato un po’ meno. Ho perso la mia vivacità. Quella tragedia me l’ha tolta.

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Proprio per le difficoltà economiche di cui parlavamo all’inizio, la Quadra film, che ha prodotto il documentario “L’angelo di Alfredo” (in cui Licheri ricostruisce, insieme ad altri protagonisti dell’operazione di soccorso, cosa è successo in quelle ore tragiche e ancora gonfie di speranza, ndr), ha lanciato una raccolta fondi…
Sì. E’ stata una bella idea dello staff della Quadra film, col quale sono in contatto da diversi anni e con cui ho appunto realizzato il documentario “L’angelo di Alfredo” (regia di Fabio Marra, ndr), il cui scopo della vendita è fornirmi un sostegno economico. Sul loro sito (langelodialfredo.it) è anche possibile fare una donazione a mio favore.

 

 

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