Draghi pronto a cambiare tutto delle pensioni, ecco cosa succede dal 31 dicembre 2021. Ipotesi quota 102

Con il tramonto di Quota 100 il 31 dicembre, che prevede 38 anni di contributi e la pensione anticipata a 62 anni si potrebbe tornare dal 1 gennaio 2022 alle regole precedenti. Tuttavia l'ipotesi Quota 102 prende piede

Mario Draghi, Presidente del Consiglio dei ministri
Mario Draghi, Presidente del Consiglio dei ministri
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12 Aprile 2021 - 09.17


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Evitare il temuto scalone è ora come ora una delle tante priorità del governo Draghi dal momento in cui Quota 100 va verso il tramonto il 31 dicembre 2021.
Secondo le ultime indiscrezioni, prende piede l’ipotesi Quota 102 a partire dal 2022. 
Al momento la pensione di vecchiaia prevede il ritiro dal lavoro a 67 anni e un’anzianità contributiva minima di anni 20, nonché, della pensione anticipata senza il vincolo dell’età anagrafica ma con solo il requisito contributivo da rispettare che porta a 42 anni e 10 mesi per i lavoratori e poco meno di un anno per le lavoratrici, ossia 41 anni e 10 mesi. Serve però un’accelerata.

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Pensioni, il rischio: cosa succede il 31 dicembre 2021

Qualcosa andrà fatto, perché se il 31 dicembre “scade” Quota 100, che consente di anticipare la pensione a 62 anni di età con 38 di contributi fino al 31 dicembre 2021, dal primo gennaio si tornerebbe alle regole di prima e quindi allo “scalone” di cinque anni di età.
Di colpo il pensionamento sarebbe accessibile solo a partire dai 67 anni di età. Lo scalone è un problema vero, da affrontare quanto prima. Facciamo un esempio lampante.
Alla fine del 2021, senza un’eventuale armonizzazione, per gli esclusi ci sarà un aumento secco di cinque o sei anni dei requisiti di pensionamento.
Ecco un caso limite: Mario e Giovanni hanno lavorato 38 anni nella stessa azienda solo che il primo è nato nel dicembre del 1959 e il secondo nel gennaio del 1960. Mario andrà in pensione (se lo vorrà) a 62 anni, mentre Giovanni dovrà optare tra un pensionamento anticipato con 42 anni e 10 mesi nel 2026 o il pensionamento di vecchiaia con 67 anni e nove mesi, addirittura nel 2029.
Insomma così non va, è evidente. Uno scalone del genere andrebbe persino oltre quello della vecchia riforma Maroni (legge 243/2004), quando fu introdotta una differenza di tre anni lavorativi tra chi avrebbe maturato il diritto alla pensione il 31 dicembre del 2007 e chi lo avrebbe fatto il primo gennaio del 2008.
All’epoca per evitare che a circa 130mila lavoratori venisse impedito di andare in pensione subito si fece la riforma Damiano, con un aumento della spesa pensionistica “monstre”, di 65 miliardi, nel decennio che seguì.

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Nonostante in passato se ne fosse parlato, è completamente da escludere una mini-proroga di Quota 100, anche se fosse solo per i primi mesi del 2022.
Il governo Draghi aprirà a brevissimo tavoli di confronto con i sindacati e tutte le parti sociali alla ricerca di soluzioni ragionevoli.
C’è una grossa differenza rispetto a quanto avvenne all’epoca del governo Monti-Fornero, 10 anni fa. Infatti il governo Draghi, anche se a debito, dovrebbe avere quelle risorse che permetteranno di addolcire gli spigoli delle trattative.
Lo spazio è stretto, perché l’Europa chiede chiaramente, nero su bianco, e non da oggi all’Italia di “attuare pienamente le passate riforme pensionistiche al fine di ridurre il peso delle pensioni nella spesa pubblica”.

Quota 102: chi andrebbe in pensione dal 1 gennaio 2022

Che cosa succederà dunque il 31 dicembre (o meglio, prima del 31 dicembre, visto che aziende e lavoratori hanno il diritto di fare un minimo di programmazione).
In tanti chiedono regole semplici e valide per tutti, giovani e anziani, retributivi, misti e contributivi puri.
Per questo, se saranno mantenuti identici i requisiti per la pensione di vecchiaia con 67 anni di età adeguata alla aspettativa di vita e almeno 20 di contribuzione, l’ipotesi di Quota 102 per andare in pensione prima sarebbe fattibile con:

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 – 64 anni di età anagrafica (indicizzata alla aspettativa di vita);

 – 38 anni di contributi di cui non più di 2 anni figurativi (esclusi dal computo maternità, servizio militare, riscatti volontari).

Rimarrebbe poi da stabilire con la massima chiarezza il taglio dell’assegno che verrebbe incassato fino alla naturale scadenza fissata a 67 anni.
Seguendo la stessa logica, la pensione anticipata dovrebbe essere resa stabile con 42 anni e 10 mesi per gli uomini (1 anno in meno per le donne), svincolata dalla aspettativa di vita e togliendo qualsiasi divieto di cumulo tra lavoro e pensione e prevedendo altresì agevolazioni per le donne madri (ad esempio 8 mesi ogni figlio fino a massimo 24 mesi), per i caregiver (un anno) e per i lavoratori precoci (maggiorando del 25% gli anni lavorati tra i 17 e i 19 anni di età).

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Non si può escludere poi una Quota 92 ma solo per i lavori usuranti, rilanciata da più parti. 
Nel dettaglio verrebbero abbassati di molto, in questo modo, gli anni di contribuzione tenendo conto delle difficoltà del mercato del lavoro e consentendo di uscire a 62 anni con 30 anni di contributi.

Scadono a fine 2021 anche Opzione donna con cui le lavoratrici possono uscire dal mondo del lavoro a 35 anni netti di contribuzione e 58 anni di età anagrafica, per le subordinate, 59 anni per le lavoratrici autonome e l’Ape sociale, sussidio erogato in attesa del raggiungimento dell’età pensionabile rivolto ai contribuenti di entrambi i sessi che hanno compiuto 63 anni e con 30-36 anni di contributi versati.
Dovrebbero essere rinnovate entrambe.

Resta sullo sfondo per ora Quota 41,  l’ipotesi più apprezzata dai sindacati, che prevederebbe la possibilità di pensionamento una volta raggiunti i 41 anni di contributi, per tutti i tipi di lavori.

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Piace poco ai lavoratori l’idea (che al momento resta tale, con qualsiasi “Quota”) di un ricalcolo basato sulla proporzione tra coefficiente della pensione a 67 anni e coefficiente di uscita a 63 o 64 anni.
Con coinvolgimento degli anni di versamento contributivo precedenti al 1996 e alla Riforma Dini.
Cosa che avrebbe importanti benefici sulle casse Inps, e pochi invece sulle teste di chi dopo aver lavorato tanti anni avrebbe diritto a godersi la pensione per cui ha versato per decenni i contributi.

Draghi sa bene che dovranno essere adottate per tempo le necessarie contromisure per scongiurare una situazione critica allo scadere di Quota 100.
Non è un caso che già nel primo giro di consultazioni che lo avevano poi portato a sciogliere la riserva il premier aveva indicato una tappa sicura nella rotta da seguire: il superamento di Quota 100, come aveva rivelato il capogruppo del Carroccio a Montecitorio, Riccardo Molinari. Il tema è in cima all’agenda di Draghi:  l’impatto del ritorno secco dai pensionamenti agevolati voluti dal “Conte 1” allo schema della legge del 2011 sarebbe troppo pesante.
E almeno su questo, anche in parlamento il consenso è ampio.

 

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