Chiavacci: "Su Regeni e Zaki ci vuole coerenza. Augias l'ha praticata, il Governo italiano no"

La presidente nazionale dell’Arci: "Sappiamo che spesso questa coerenza viene piegata a ragioni economiche. Di fronte a vicende gravi come queste c’è bisogno di gesti forti da parte dal Governo.

Francesca Chiavacci

Francesca Chiavacci

Umberto De Giovannangeli 16 dicembre 2020

“Soprattutto in vicenda come questa, quando in gioco sono i diritti fondamentali della persona, la parola chiave deve essere una e una sola: coerenza. E questo riguarda i singoli cittadini e quanti ricoprono funzioni di governo e istituzionali”. A rimarcarlo, in questa intervista a Globalist, è la presidente nazionale dell’Arci, Francesca Chiavacci.


Per sostenere l’iniziativa assunta da Corrado Augias, Globalist, col sostegno di Amnesty International Italia, si è fatto promotore della campagna “restituite quella legione del disonore”, divenuta tale dopo che il presidente francese Macron ha insignito di questa ala onoreficenza il presidente-carceriere dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi. Come valuti questa iniziativa?


La valuto molto positivamente. Si è trattato, quello di Augias e delle altre e altri che hanno deciso in tal senso, di un gesto molto coraggioso e coerente, e direi anche raro in rapporto alla coerenza, che riguarda i singoli cittadini ma anche e per certi versi soprattutto i Governi e gli Stati, quando in gioco c’è la vita stessa di persone che la rischiano per difendere diritti e libertà che regimi autoritari calpestano sistematicamente. Il punto è se gesti importanti compiuti da cittadini illustri possano alla fine servire perché queste azioni di coerenza e di maggior decisione vengano praticate da Governi e Stati. In questo caso, che riguarda un cittadino italiano brutalmente assassinato, Giulio Regeni, e la detenzione arbitraria di un giovane ricercatore, Patrick Zaki, che formalmente cittadino italiano non lo è, ma lo è di fatto vivendo e lavorando a Bologna, ricevendone peraltro la cittadinanza onoraria, coerenza e determinazione vanno richiesti ed esigiti dal Governo italiano. Su questo si è fatta melina da troppo tempo e questo è inaccettabile. Questo gesto, restituire in segno di protesta la Legione d’onore, così eclatante anche da un punto di vista mediatico, avrebbe necessitato il giorno dopo qualche pronunciamento un po’ più deciso da parte del Governo.


In questa chiave, come valuti la richiesta, rilanciata anche alla luce delle conclusioni a cui è giunta l’indagine della Procura di Roma, di Paola e Claudia Regeni, i genitori di Giulio, al Governo italiano di ritirare il nostro ambasciatore in Egitto?


Il discorso torna a quella che ritengo essere la parola chiave: coerenza. Coerenza che va esercitata anche nelle relazioni tra Stati. Sappiamo, però, che spesso, troppo spesso, questa coerenza, rispetto a valori e principi che a parole si dice di rispettare, viene piegata a ragioni economiche. Di fronte a vicende gravi come quella di Regeni e anche quella di cui è vittima Zaki, c’è bisogno di gesti forti da parte di chi ha responsabilità di Governo. Una risposta forte, coerente, sarebbe quella del ritiro dell’Ambasciatore, ma sappiamo che in diplomazia, nelle relazioni tra Stati, esistono anche altre forme e modalità per far sentire la propria voce e far valere le proprie ragioni. Con l’Egitto non è stato fatto niente. Esistono strumenti di pressione, diplomatici, economici, che altri Paesi hanno esercitato quando in gioco erano non solo i loro interessi nazionali ma a volte la vita stessa dei loro cittadini. Il ritiro dell’Ambasciatore dall’Egitto è un gesto indubbiamente forte ma potrebbe servire a smuovere le acque e a far intendere alle autorità egiziane che l’Italia non ha messo una pietra sopra a un delitto che ha sempre più i connotati di un assassinio di stato. Grazie al prezioso lavoro dei magistrati della Procura di Roma, sono emerse pesanti responsabilità nella morte di Giulio Regeni, per dirla con maggiore nettezza sono emerse pesanti corresponsabilità di Stato. Oramai non stiamo a confrontarci con quattro poliziotti particolarmente violenti ma con un atteggiamento repressivo di cui è complice il Governo egiziano e la risposta del Governo italiano deve essere conseguente. Non si vuole ritirare l’Ambasciatore? Allora si diano altri segnali. Il silenzio e l’inerzia sono inaccettabili non solo per i genitori di Giulio che in tutti questi anni si sono battuti con straordinaria dignità e determinazione perché venisse fatta verità e giustizia per il figlio torturato e ucciso in Egitto, ma per tutto quel mondo solidale che ha supportato e continua a sostenere la loro battaglia. Lasciami aggiungere, con una punta di amarezza, che vicende come questa, emergono solo e quando madri o famigliari coraggiosi hanno la forza di non mollare, di non arrendersi. Se non ci fosse stata questa tenacia, se non fosse stata quel tipo di famiglia, probabilmente l’oblio sarebbe sceso e a imporsi sarebbe stata, come spesso è accaduto, una realpolitik che copre affari e interessi che nulla hanno a che vedere con la difesa di principi universali, come il rispetto dei diritti umani e della persona.


Con una battuta amara: noi non richiamiamo l’Ambasciatore ma vendiamo fregate all’Egitto. 


Torno a ripetermi: quando sono in ballo affari miliardari la coerenza valoriale nelle relazioni fra Stati viene bandita, ignorata. E alla “diplomazia degli affari” viene sacrificata anche la sacrosanta richiesta di fare piena luce su mandanti ed esecutori dell’assassinio di un cittadino italiano, Giulio Regeni, e di esigere la liberazione di Patrick Zaki: Giulio e Patrick non erano cittadini illustri, che non erano detentori di potere ma unoera e l’altro è, due giovani ricercatori che hanno voluto solo esercitare la loro libertà di pensiero. La parola è: coerenza. E purtroppo nelle relazioni con gli altri Stati, questa coerenza è un bene introvabile. Sulla vendita delle armi, peraltro, esiste persino una legge, la 185, che vieta questa vendita a Paesi in guerra o che non rispettano convenzioni internazionali e i diritti umani, ma questo è uno dei terreni su cui meno si esercita l’esercizio della coerenza.