Il banditismo sardo raccontato da Mario Guerrini: dal 1969 al 1999, 107 sequestri in trent'anni

Guerrini torna a parlare del fenomeno che, a partire dalla fine degli anni sessanta, ha portato l'Isola alla ribalta delle cronache. E lo fa con “Banditismo. I segreti di un reporter televisivo”

Immagine di repertorio

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Veronica Matta 7 dicembre 2020

Dal 1969 al 1999, 107 sequestri in trent'anni. La Sardegna conobbe un genere di fenomeno criminale barbaro e violento. I territori della Barbagia, Baronie, Ogliastra, Gallura, ricchi di grotte naturali, boschi impercorribili se non dai conoscitori, divennero i luoghi prediletti e prigioni perfette per nascondere gli ostaggi. Anonima Sequestri, un’espressione giornalistica dietro la quale si indicavano i gruppi legati al banditismo sardo. Dopo molti anni dal suo primo libro sul tema - "L'Anonima Sequestri" (1969) – Mario Guerrini torna a parlare del fenomeno che, a partire dalla fine degli anni sessanta, ha portato l'Isola alla ribalta delle cronache nazionali. E lo fa con un racconto - “Banditismo. I segreti di un reporter televisivo” (2019)- , a tu per tu con i pezzi da 90 del banditismo sardo. Da Graziano Mesina al giudice Luigi Lombardini, passando per Matteo Boe e Annino Mele.


Lei doveva andare sui territori a parlare, a fare il suo lavoro, per raggiungere i  protagonisti e gli autori dei fenomeni criminali. Trovandosi talvolta a confronto con gli stessi fuorilegge. Persino i numeri uno di quel banditismo. Agiva sotto scorta o come uomo libero? Come ci è riuscito?


A quel tempo non avevi altra scelta. Era come andare al fronte. Non potevi stare nelle retrovie, come è possibile oggi. Ma l’ho fatto con grande entusiasmo e passione. Ero affascinato dal mio lavoro. La Barbagia esercitava un’attrazione irresistibile. Rischi? Tanti. Anche perché, lavorando in radio e tv, il mio volto e la mia voce erano facilmente riconoscibili. E quindi, girando, ero un facile bersaglio. M’erano compagni i colleghi della troupe. Il coraggio non era solo il mio. Scorta? Impensabile. Sapevamo quello che facevamo.


Agli occhi dei banditi lei era credibile e autorevole. Diversamente come avrebbe mai potuto intervistarli?  Aveva guadagnato, in qualche modo, il loro rispetto.


Ero conosciuto proprio per la mia attività professionale. Radio e Tv rappresentavano realtà importanti. Molto più di oggi. Avevo consapevolezza dei pericoli. Non li ho mai sottovaluti. Ma non mi hanno mai fermato. Sapevano con chi avevano a che fare. Il rispetto te lo guadagnavi col tuo lavoro. Evidentemente il mio aveva funzionato. Conoscevano tutto di me, professionalmente parlando.


Ha mai pensato di essere in pericolo e di avere bisogno di protezione? Ha mai avuto paura? Le diedero la scorta?


Ogni missione, ogni reportage, era praticamente a tuo rischio e pericolo. Dovevi muoverti sul territorio in un certo modo. Con molta prudenza. Soprattutto, contavano i contatti locali ai quali necessariamente dovevi affidarti. Mai pensato a scorta o protezioni varie. Del resto, non erano previste. Tra l’altro, non sempre ero con la troupe. Spesso ‘investigavo’ da solo. Poi chiamavo i colleghi. Paura? Non l’ho mai considerata. Quando partivo sapevo cosa mi aspettava. Jack Canfiel dice che “tutto quello che vuoi è dall’altra parte della paura”.


Indubbio il suo grande impegno e servizio professionali perché l’opinione pubblica potesse essere informata e che hanno dato lustro alla categoria dei giornalisti d’inchiesta. Dal suo reportage emerge l’appoggio e la solidarietà e collaborazione di alcuni  colleghi,  specie in alcuni situazioni critiche, ma si palesa, non senza amarezza, l’invidia degli “haters” del tempo nei suoi confronti per i suoi ripetuti “successi” coi sequestratori. Una grande prova, umanamente, come l’ha superata?


L’invidia? Lussu diceva che in Sardegna ne uccide più della malaria. L’ho sempre ignorata. Sono andato avanti per la mia strada. Senza condizionamenti. Ovviamente, spesso subendone conseguenze non lievi. Ma fa parte del gioco della vita. Ricordo, però, i tanti colleghi e i tanti amici che mi sono stati vicini e mi hanno aiutato. Ognuno ha un posto nel mio cuore. Comunque, il successo costa. C’è un prezzo da pagare. Sempre. Per Hemingway il valore di un uomo si misura dai rischi che assume. Quello che conta è la tua coscienza. Se sei in pace con te stesso, superi tutto.


Fino a quando la gente chiederà verità, ci sarà bisogno del giornalismo d’inchiesta. Come si concilia il mondo di internet che corre veloce e il giornalismo d’inchiesta che richiede lunghe indagini e approfondimenti, sapendo che sul web i tempi di concentrazione sono mediamente di un minuto e mezzo?


Il giornalismo è cambiato perché la Società è cambiata. Globalizzazione e tecnologia hanno modificato comportamenti, modi di essere, tempi di reazione. Andare al “fronte”, quello della notizia, il senso deve essere immutabile. Cercare la verità e la spiegazione dei fatti. Perché il lettore o l’ascoltatore comprendano. Spesso, oggi, il cronista va a cercare riscontro alla ‘verità’ che ha già in mente. E’ il difetto, in molti casi, della nuova informazione veloce. Prima ti fai un’opinione e poi cerchi conferma. Ma è anche un vantaggio. Perché affronti il problema con cognizione. L’assalto al fatto è molto più aggressivo. Meno rispettoso, se vogliamo. Impertinente ma anche molto coraggioso.


Dopo il banditismo, qual è oggi la piaga sociale che sta devastando la Sardegna e i sardi?


La droga. Come in tutto il Paese e in tutta la Società occidentale. Una catastrofe. E la soluzione non si vede. Con i sequestri è stato più facile, molto più facile, venire a capo del problema. Ma la Sardegna ha un’altra tragedia che la ferisce fortemente. L’emigrazione. Una classe politica sconsiderata, in questi ultimi decenni, ha precluso ogni possibilità di futuro ai giovani. Che infatti lasciano l’Isola. Spezzando le famiglie. Sul piano sociale il vero dramma è questo.