Maria Paola, Ciro, scusateci: il giornalismo italiano, sulla vostra storia, ha dato il peggio si sé

Non è giusto quel che il giornalismo italiano vi ha fatto e vi sta facendo, e quello che continuerà a farvi. Scusateci, se potete.

Ciro e Maria Paola

Ciro e Maria Paola

Giuseppe Cassarà 14 settembre 2020

Ieri, a fine giornata, una giornata volutamente trascorsa lontano da internet, ho letto le parole che Ciro, il compagno di Maria Paola, ha dedicato alla sua fidanzata uccisa.


‘Perché Dio ha preso lei e non me?’.


Nelle intenzioni dell’assassino, sarebbe dovuta andare così: era Ciro il colpevole, Ciro aveva ‘infettato’ Maria Paola, Ciro era l’anormale.


Ciro è un ragazzo trans. E questo paese ieri ha dato il peggio di sé dimostrando che non solo non sa raccontare questa semplice realtà – esistono le persone trans – ma anche che non ha nessun interesse, nessuna voglia di imparare, di ascoltare, di chiedere scusa se necessario. Questo paese, e il suo racconto quotidiano, è nelle mani di spocchiosi uomini vecchi che non capiscono più il mondo ma che hanno la pretesa di continuare a raccontarlo.


E questo non è giusto.


Si è letto di tutto. L’amica che si fa chiamare Ciro; la compagna; il trans; la trans; una relazione lgbt; una relazione lesbica; si è letto di tutto ma mai la verità: Maria Paola e Ciro erano fidanzati. Punto. La transessualità di Ciro non era il centro di questo omicidio ma lo è diventato perché c’è bisogno di mettere ordine, di rimettere il mondo nella giusta orbita.


Ma è un maschio o una femmina? Ma ha un pene o ha una vagina? Ma lo mette o lo prende? La vita delle persone ridotta a un movimento pelvico, a una meccanica sessuale, ai propri genitali che determinano il destino, la vita e la morte, il poter amare o il rimanere soli. La transessualità di Ciro diventa l’argomento del giorno, si banchetta sul suo corpo e ci si dimentica cosa è stato fatto, a quel corpo: gettato a terra, picchiato, mentre la sua compagna moriva sull’asfalto a pochi metri. Ci si dimentica della bestialità dell’assassino, carnefice e vittima di un sistema che non lascia fiato e scampo, che non poteva concepire l’amore di Maria Paola e Ciro.


L’Italia è un paese vecchio, e malato. L’Italia è un paese dove le donne vengono uccise, dove le persone trans non sono riconosciute, dove c’è un rifiuto della verità che è quasi patologico. È il paese in cui si va a intervistare il prete che ha battezzato Maria Paola e il fratello, che ‘non voleva ucciderla ma solo darle una lezione, perché non era pronto ad accettare la relazione con un’altra donna’. Ciro non è una donna, ma dobbiamo dare parola a chi non sa e non vuole sapere; l’Italia è il paese dove bisogna definire, perché altrimenti ‘le persone non capiscono’. Cosa c’è da capire in due persone che si amano?


Le parole di Ciro, lette alla fine di questa domenica d’ignoranza, mi fanno male. Mi immedesimo in loro, penso a cosa succederebbe se ci fossi io al posto suo, se anche a me strappassero via la persona che amo.


Non è stato Dio, vorrei dire a Ciro. Dio non ha nulla a che vedere con questo schifo. A portarti via Maria Paola è stata la cattiveria, l’ignoranza, il maschilismo, il veleno che sta infettando questo Paese.


Più di tutto, a infierire sulla vostra storia è l’odiosa saccenza dei vecchi cui abbiamo delegato il compito di fare informazione. Non è giusto quel che il giornalismo italiano vi ha fatto e vi sta facendo, e quello che continuerà a farvi ogni volta che scriverà ‘la trans’, ‘il trans’, ‘gay’, ‘lesbica’, che si riempirà la bocca di parole che non comprende, tralasciando l’unica cosa che andrebbe detta: che tu e Maria Paola vi amavate. E che questo paese, che noi, tutti noi, abbiamo nutrito e armato il vostro assassino. Vorrei tanto dirti questo, Ciro: scusa. Scusaci, se puoi.