Da queste braccia è raccolto il nostro cibo: basta con lo schiavismo degli invisibili

La protesta dei braccianti agricoli di Saluzzo, nel cuneese: "Diritti per tutti, rispetto per tutti, libertà per tutti"

Manifestazione dei braccianti a Saluzzo

Manifestazione dei braccianti a Saluzzo

globalist 20 giugno 2020

di Natalia Samonà

“Casa per tutti, strada per nessuno” è il grido di protesta lanciato giovedì 18 giugno dai lavoratori e dalle lavoratrici riuniti di fronte al comune di Saluzzo, dove si è svolto il presidio Enough is enough (traduzione possibile: quando è troppo, è troppo) indetto dal comitato “Braccianti in lotta” della cittadina del cuneese. E ancora, “siamo esseri umani, non braccia”, “noi non siamo qui in vacanza, siamo lavoratori”, “abbiamo bisogno di una casa oggi, non domani, perché siamo esseri umani e siamo stanchi” sono le dichiarazioni di chi è intervenuto o intervenuta al microfono e che esplicitano chiaramente il motivo della protesta, ovvero il bisogno di una casa, comune a un centinaio di lavoratori e lavoratrici stagionali, costretti da giorni a dormire per strada, sotto i portici limitrofi a un parco della periferia di Saluzzo. Tutti gli intervistati sottolineano: “è estenuante non poter fare una doccia dopo la giornata di lavoro e non riuscire a riposare”.

Durante la stagione della raccolta della frutta (mirtilli, pesche, mele, etc.), pari a una durata di circa tre mesi, accorrono ogni anno nella zona braccianti agricoli in prevalenza di origine africana, che soddisfano un’esigenza consistente di manodopera (si parla di circa 12.000 lavoratori per tutto il territorio di Saluzzo e dintorni), ma che ogni anno si trovano a fare i conti con problemi abitativi mai effettivamente risolti in maniera adeguata.

Se però negli anni passati si era ottemperato ai bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici con centri di accoglienza come quelli allestiti dalla Coldiretti o come il PAS (Prima Accoglienza Stagionali, all’interno di un ex caserma) gestito dal Comune di Saluzzo, quest’anno, a causa della pandemia scatenata dal Covid-19, non sono stati attuati nemmeno questi espedienti emergenziali che, secondo le istituzioni locali, creerebbero degli assembramenti pericolosi. Molti dei lavoratori e delle lavoratrici ambirebbero ad affittare delle case, ma nessun è disposto a concedergliele: perché nessuno vuole affittare per soli tre mesi secondo il sindaco, per un razzismo diffuso secondo gli scioperanti.

Così il disagio abitativo e la ghettizzazione (il Pas era sovraffollato e mancava l’acqua calda) che sono, purtroppo e dappertutto, una costante della condizione dei braccianti agricoli, quest’anno assumono dimensioni ancora più gravi.

“Diritti per tutti, rispetto per tutti, libertà per tutti, basta col razzismo, siamo nel 2020 e siamo uguali” è stato detto ancora al Presidio. La protesta, infatti, viene legata alle manifestazioni scoppiate negli Stati Uniti dopo l’assassinio di George Floyd: perché, secondo chi è sceso in piazza, il razzismo passa anche dal non garantire condizioni dignitose di vita ai braccianti di origine africana, che pure col loro lavoro contribuiscono alla crescita del PIL del ricco territorio, il cui fatturato proviene in misura importante dalla filiera agricola (mezzo miliardo annuo stando ai dati della Coldiretti).

Si legge nel comunicato, postato sulla pagina facebook degli organizzatori della protesta:

La ricchezza dell'economia locale è basata sul lavoro dei braccianti, sulle braccia degli operai agricoli stagionali.

La frutta sulle tavole di mezza Italia viene dal lavoro di queste braccia!

Non rimarremo più in silenzio: vogliamo gli stessi diritti degli altri lavoratori!

E ancora:

Noi lavoratori, sul cui lavoro si regge la ricchissima economia locale, siamo costretti a dormire all’addiaccio nei parchi, senza doccia, e come se non bastasse con la polizia che ci ruba le coperte per motivi di decoro pubblico. E ovviamente con condizioni di lavoro tutt’altro che idilliache, stante che non vengono rispettati orari, paghe minime, e contributi previdenziali.

Ma il confronto con le istituzioni si è rivelato infruttuoso: una delegazione è stata infatti accolta dal sindaco Mauro Calderoni (centro-sinistra) che però ha alzato le braccia, dicendo che si tratta di problemi sovracomunali. Altrove ha dichiarato che il problema è legato al sistema attuale di assunzione, ancora regolato dalla Bossi-Fini che ha contingentato gli ingressi in base alle esigenze di impiego con numeri assolutamente non attuali, e che dunque si tratta di un problema del governo centrale.

Eppure il problema non è nuovo, in passato le migrazioni stagionali portavano sul territorio montanari prima, meridionali poi, e infine polacchi e rumeni, costretti a vivere in condizioni inaccettabili e non dissimili da quelle che riguardano i lavoratori e le lavoratrici di oggi. L’ultimo decreto del governo sulla sanatoria, peraltro, prevede che, per evitare ghettizzazioni, i datori di lavoro si occupino di trovare alloggio ai lavoratori che impiegano.

Dal presidio, quindi, l’insoddisfazione scaturita dall’incontro con le istituzioni ha fatto partire un corteo che, dopo avere bloccato per alcuni minuti una rotonda stradale, si è diretto al Pas. Qui alcuni manifestanti hanno tentato di forzare l’ingresso, venendo per questo caricati dalla polizia in tenuta antisommossa, che ha così disperso la manifestazione.

Il questore, a seguito delle proteste, ha dichiarato: “si tratta di una piccola delegazione di non saluzzesi e non braccianti della frutta, li stiamo identificando” facendo allusioni alla possibile “infiltrazione” (sic!) di centri sociali torinesi. Ma dovrebbe essere ormai una cognizione acquisita il fatto che, da sempre, le battaglie per i diritti hanno risvegliato una solidarietà estesa al di là delle persone direttamente coinvolte nel problema.

Avevano invece commentato così l’annuncio dello sciopero FdI e Lega Saluzzo: “chi lavora, solitamente il giovedì ore 10 non ha tempo per fare altro” (Lega Saluzzo), “alle 10 di mattina? E noi che pensavamo i lavoratori lavorassero!” (Fratelli d’Italia Saluzzo). Ma il diritto allo sciopero – così come quello a condizioni di vita e di lavoro dignitose – è previsto e garantito dalla Costituzione. L’argomento trito che identifica il “buon lavoratore” con chi non sciopera si riduce a una retorica vuota e anacronistica, incapace di affrontare problemi reali. In un momento storico in cui l’ingiustizia evidente della morte di George Floyd ha scatenato proteste oceaniche in tutto il mondo, sotto lo slogan “I can’t breathe” (non posso respirare), queste dichiarazioni suonano fosche, asfissianti.

In tutto il mondo si riflette su un passato coloniale e schiavista che non passa: dovremmo cominciare a guardare a quello che succede qui, attorno a noi, anche da questa prospettiva.