Non può esistere una ‘libertà’ di essere omofobi: le parole della Cei sono inammissibili

Mentre su razzismo e fascismo la Chiesa dimostra una notevole sensibilità, sull'omosessualità si continua con un atteggiamento reazionario.

Graffito omofobo

Graffito omofobo

Giuseppe Cassarà 10 giugno 2020

Mentre questo Paese si avvia verso una discussione in Parlamento fondamentale per i diritti civili, ossia l’approvazione della legge contro l’omofobia, accanto ai vari personaggi dell’ultradestra cattolica come Simone Pillon e Mario Adinolfi che da sempre si battono per impedire alle persone Lgbt di questo Paese di avere una vita felice, spunta anche la Cei che dall’alto cala la sua, non richiesta, opinione: “Temiamo derive liberticide dalla legge sull’omofobia”.


Di cosa ha paura la Cei, e in generale tutti coloro che continuano a rivendicare il diritto di essere omofobi? Probabilmente che, se la legge dovesse passare, i casi di discriminazione contro gli omosessuali, quando non proprio di aggressione violenta, cominceranno a essere portati in Tribunale con sempre maggiore frequenza e potrebbe capitare, come può capitare in qualsiasi ambito del diritto, che vi siano degli abusi. In altre parole che qualcuno possa approfittarsi di una legge che, d’altro canto, è assolutamente necessaria in un paese dove, solo nel 2019, si sono registrate 84 aggressioni o discriminazioni a ragazzi e ragazze omosessuali e transessuali, e queste solo quelle passate agli onori delle cronache.


Perché è questa l’opinione della Cei che più di tutte fa capire il livello di omofobia interiorizzata di cui soffre questo paese: che non ci sia bisogno di una legge che tutela una minoranza, quando c’è sempre necessità di proteggere, di creare più diritti. Ed è inammissibile che la Cei si permetta di dire a tutte le persone lgbt italiane che nella loro vita sono state aggredite o discriminate che non ci sia bisogno di una legge per tutelarli.


Una legge, come giustamente scrive Laura Boldrini, “non colpisce le opinioni come sbagliando dice la Cei, ma atti discriminatori o violenti e l’istigazione a commetterli, per l’orientamento sessuale, il genere e l’identità di genere”. Insomma, parlare di ‘derive liberticide’ significa legittimare una presunta e inesistente libertà di essere omofobi. Significa dire che un padrone di casa che non vuole vendere a due omosessuali ha il diritto di farlo perché ‘è casa sua e la vende a chi vuole’. Significa che chi, come Lorenzo Fontana, sostiene che ‘le famiglie arcobaleno non esistono’ ha il diritto di umiliare in questo modo le migliaia di famiglie omogenitoriali che esistono in Italia. Il tutto per un fantomatico diritto ad avere un’opinione che non sarebbe tale, se vivessimo in un paese civile, ma solo pura e semplice discriminazione. Un crimine, insomma. Come dovrebbero essere fascismo e razzismo, temi su cui la Chiesa di Francesco ha dimostrato una straordinaria sensibilità. Non si riesce veramente a capire perché sul tema dell’omosessualità la Cei si ostini ad avere un atteggiamento discriminatorio e reazionario che la rende, ora come per tutta la sua storia, la principale nemica delle associazione Lgbt italiane. Una faida che potrebbe essere evitata se solo la Cei ammettesse, una buona volta, che nessuno, nessuno, ha il diritto di essere omofobo.