Covid-19 diagnosticato in ritardo e tutta la famiglia si contagia: una storia incredibile

Un uomo si sente male, il 118 non fa il tampone e lo lascia a casa. Poi si sente male tutta la famiglia. E solo due settimane dopo l'insorgere dei sintomi emerge che sono tutti positivi. E scattano i ricoveri...

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Claudio Visani Modifica articolo

24 Marzo 2020 - 15.35


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Sì, lo so, a posteriori è facile. E io non sono né un virologo, né un esperto e nemmeno un tuttologo. Solo un giornalista che di medicina sa poco o niente ma cerca di tenersi informato, di guardare alle cose come sono e di raccontarle come le vede. Consapevole della portata dell’emergenza e dello sforzo enorme che il nostro Paese e la nostra sanità, a cominciare dai medici e dagli infermieri che non ringrazieremo mai abbastanza, stanno facendo per vincere il Mostro. E so anche che ormai i buoi dalla stalla sono già scappati, il coronarivurs circola in tutto il mondo e quindi fermarlo è ormai impossibile. Ma arginarlo senza fermare il mondo forse ancora si può. E ciò che sto per raccontare è un caso di scuola di come si sarebbe potuto fare, che ancora forse si può fare per rallentare il contagio, ma che non è stato fatto e ancora non si fa.
E’ un caso di cui ho conoscenza diretta. Accade in Emilia-Romagna. Lui e lei, marito e moglie, entrambi sulla quarantina, entrambi con lavori a contatto diretto con il pubblico, tre figli ancora piccoli. Alla fine della prima settimana di marzo vanno a pranzo con i genitori di lei, ultrasessantenni. Stanno tutti bene. Il giorno dopo il marito quarantenne comincia ad avere la tosse. Nei giorni successivi la situazione peggiora. Fa fatica anche a respirare. Di notte ha una crisi, chiama il 118. Lo portano al pronto soccorso. Ai medici racconta cosa gli sta succedendo, il pranzo  avvenuto cinque giorni prima, tutta la famiglia che si è nel frattempo ammalata, la sua situazione lavorativa. Il caso, nella situazione che stiamo vivendo, non può non essere sospetto. Gli fanno una radiografia, gli misurazione la saturazione arteriosa. Dicono che va tutto bene. Non gli fanno il tampone. Non è previsto se l’ossigenazione va bene e non c’è febbre alta. Lo rimandano a casa, senza diagnosi di coronavirus e quindi  senza obbligo di quarantena. Intanto si sono ammalati anche i nonni: tosse e febbre alta. E’ il virus, si saprà poi. Come si poteva immaginare. Come, quando e chi l’abbia contratto non si sa. Forse al lavoro, al market, per strada, chissà.
Intanto l’infezione in Italia dilaga, scatta l’emergenza nazionale, il tutti a casa, la pandemia. Il nonno peggiora. Chiama il suo medico. Racconta la situazione. Gli viene prescritto un antibiotico. Invece di migliorare si aggrava. Il medico avvisa il 118. I sanitari vanno al suo domicilio. Gli misurano la saturazione. L’ossigenazione del sangue è nei parametri. Non gli fanno il tampone. Lo lasciano a casa, senza obbligo di quarantena. Le due famiglie, saggiamente, si sono comunque messe in auto-isolamento. I genitori quarantenni hanno i giorni di malattia prescritti dal medico, non vanno al lavoro. Il marito, una volta finiti, aggiunge anche giorni di ferie per restare a casa.
Il nonno continua ad avere febbre alta e tosse. Viene richiamato il 118. I sanitari tornano a casa sua e questa volta, finalmente, fanno il tampone a lui e sua moglie. Nelle 48 ore successive arriva l’esito. Positivo per entrambi. Sono passate quasi due settimane dall’insorgere dei primi sintomi. L’uomo viene ricoverato in un centro Covid. Gli viene diagnosticata la polmonite interstiziale. La moglie, che ha sintomi più lievi e la saturazione nei parametri, viene lasciata a casa, questa volta in quarantena obbligatoria. Il giorno dopo l’esito, il 118 va a casa dei figli e nipoti a fare i tamponi a tutti. Tutti sono lasciati a smaltire la malattia a domicilio. Le dinamiche sono quelle ormai classiche del coronavirus. I bambini hanno appena un po’ di tosse e febbbriciattola. Gli adulti febbre e tosse più forti ma niente polmonite. Gli anziani effetti più gravi.
Questi i fatti. Le considerazioni le potete fare da voi. A me sembra incredibile che su casi sospetti come questi, soprattutto con persone che lavorano a contatto con il pubblico, non vengano fatti subito i tamponi e adottate misure di isolamento preventivo. Da quel che leggo sulla materia c’è ormai una consistente casistica. Gli esempi della Cina e della Corea del Sud insegnano. Anche i nostri esperti cominciano a dirlo. Per contenere il contagio bisogna fare i tamponi ai casi sospetti, anche asintomatici se vivono in situazioni a rischio (pensiamo agli operatori sanitari, o a chi lavora in contesti affollati, le cassiere dei supermercati o i lavoratori di certe aziende), poi monitorare e isolare i contatti di chi risulta positivo.

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Adesso tutta l’Italia è agli arresti domiciliari. L’isolamento di massa finirà probabilmente per rallentare il contagio. Ma intanto il Paese è completamente bloccato. Forse se al quarantenne con i sintomi del virus fosse stato fatto subito il tampone, la sua famiglia e quella dei nonni non si sarebbero ammalati. E nemmeno le persone che hanno avuto contatti con loro nei giorni successivi. Forse se si fosse perseguito prima l’obiettivo del monitoraggio e dei tamponi preventivi, non di massa ma selettivi, non saremmo a questo punto. E non ci sarebbe bisogno di fare la guerra a chi va a camminare sull’argine del fiume o porta il cane a fare pipi un po’ più in là di 200 metri da casa. Ma se è vero, come dice il direttore della Protezione civile, Borrelli, che gli infettati in Italia si stima che siano dieci volte tanto quelli ufficialmente censiti (quindi circa 600mila), forse applicando anche solo da ora in poi questo metodo il contagio potrebbe essere contenuto in maniera assai più efficace. 

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