E’ passata una decina di giorni da quando il Coronavirus si è manifestato in Italia.
Le nostre città anche quelle fuori dalle zone rosse sono silenziose e semi vuote, semi deserti i locali, ancora di più le stazioni, al nord più che al sud ma anche al sud. Sembra di vivere in un mondo rallentato e con il fiato sospeso.
Dopo la paura del virus e quindi della morte biologica, sta arrivando la lunga ombra della paura per l’economia.
Dal rifiutare l’altro, si è passati ad essere come italiani: “l’altro da rifiutare”. Molta la confusione è imperversata nei toni dei mezzi di comunicazione che hanno evocato reazioni di Orwelliana memoria sull’opinione pubblica non solo italiana ma mondiale.
Moltitudini sono accorse ad assaltare i supermercati e nessuno che dicesse ai cittadini: “tranquilli non c’è un problema di approvvigionamento alimentare”.
Non sono mancati gesti di intolleranza e razzismo nei confronti di chi potesse anche solo vagamente ricondurre a un persona cinese, presunta “colpevole” di quanto stava accadendo. D’altra parete il razzismo ha in sé un seme di grossolano e pressapochista.
Ma proprio in questi momenti ci chiedono un salto di qualità tutt’altro che approssimativo e facilone.
In tutto questo caos, difficile trovare una misura sul cosa fare o non fare, in preda a vite di corsa, ad esistenze che spesso hanno preso il contatto con le reali necessità e dove hanno imperversato fino a ieri molte comodità ma anche molte esigenze indotte che ora evaporano causando squilibri socio-economici tragici.
E ci si trova improvvisamente anche nel “primo mondo” a non avere più tutte certezze di “prima e tutte le soluzioni per restare efficienti e produttivi”, vacilla il senso del “tutto possibile”.
Si mostra in tutta la sua spietata nudità la struttura di una società priva di piani di emergenza preventivamente pensati e studiati, e che non può permettersi di rallentare per una due settimane, pena il tracollo.
Quanto ci dovrebbe far riflettere questo dramma?
Il sistema è talmente portato all’esasperazione da non permettere che per due settimane si possa rallentare.
Quante scorte materiali ed emotive abbiamo per fronteggiare una situazione di crisi come questa? Era davvero così imprevedibile potesse mai accadere?
Sulle tempistiche della ricchezza maestra è la Borsa, punti percentuali che oscillano quotidianamente e determinano immensi guadagni o ingenti perdite.
La crisi del 2008 aveva già mostrato come in pochi secondi si possano incenerire vite professionali, mandare sulla strada famiglie intere. Ma a quanto pare nulla o poco è stato fatto per non ritrovarsi nel giro di pochi giorni in condizioni estreme.
E ora non si tratto “solo di soldi” ma di salute.
Siamo esseri fragili cui basta una variazione di pochi gradi di temperatura per non essere più, per morire. Quanto ci fa paura e quanto è ancora un tabù questa parola. Questo virus ci mette davanti alla percezione non solo individuale, ma collettiva della finitezza, al di là delle possibilità economiche.
Abbiamo bisogno l’uno del senso di responsabilità dell’altro.
In questi giorni viene spesso citato il principio di precauzione. Di quanto spazio-tempo ha bisogno la precauzione? Di sicuro di uno spazio-tempo che nella nostra società non c’è attualmente.
Questo virus ci pone davanti alla necessità di trovare l’uno e l’altro, di riconsiderare le priorità soggettive e collettive.
Evidente risulta l’importanza della fiducia nelle istituzioni – che va costruita e coltivata – non come sistema di controllo ma di guida, fondamentale dell’esistenza di un Sistema Sanitario Pubblico, tanto bistrattato e compromesso dalle politiche degli ultimi decenni ma che ancora per fortuna resiste.
La situazione ci chiede di fare un salto di visione, abitudini, senso civico. Il rispettare le regole non solo per se stessi, ma anche per proteggere i soggetti più deboli, le fasce più a rischio. Troppo? Leggendo i numeri no, non si può dire sia troppo. Il 10% dei contagi in Lombardia sono gravi e necessitano di assistenza in reparti di rianimazione.
Se la comunicazione dei primi giorni è stata allarmista, quella di oggi non sia miope, non lo sia il nostro senso di responsabilità.
Per fortuna molto spazio viene dato alla voce di uomini e donne di scienza.
Ora più che mai non possiamo permetterci di essere grossolani o pressapochisti.
Come tutte le crisi, nel senso etimologico del termine, sia questa un’opportunità per risanare non solo gli ambienti fisici ma quelli civici e collettivi, per raffinare le scelte attraverso il setaccio di principi essenziali e valori ridiscussi.
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