La svolta del Papa sull'Amazzonia è la Chiesa pluralista e decentralizzata

Si è parlato solo del celibato ma l'esortazione di Francesco affronta il tema della Chiesa cattolica che si è strutturata su una pretesa verticista, centralista ben riassunta dall’idea di un paradigma romano.

Papa Francesco

Papa Francesco

Riccardo Cristiano 16 febbraio 2020
Pochi giorni fa potrebbe essere finita l’ultima monarchia assoluta e noi potremmo non essercene accorti. Infatti l’esortazione apostolica Querida Amazonia pubblicata pochi giorni fa da Papa Francesco non pone il problema se è stata accettata o meno dal papa la piccola deroga dal celibato obbligatorio in Amazzonia. No. Questa Esortazione Apostolica, oltre a cercare di aprirci gli occhi sulla necessità di salvare l’Amazzonia e con essa il vero pluralismo politico, spirituale e culturale del mondo, pone un altro problema, enorme: come si passa da una Chiesa centralista, verticista, e mono-culturale a una Chiesa decentralizzata e pluralista? Questo è il punto, gigantesco e che richiede qualche sforzo di comprensione, perché il cambiamento è epocale e non solo per la Chiesa.
La Chiesa cattolica da tantissimi secoli a questa parte si è strutturata su una pretesa verticista, centralista ben riassunta dall’idea di un paradigma romano. Dimenticata la Chiesa delle origini e arrivata ad essere riconosciuta come religione di Stato dopo Costantino, l’imperatore che ben prima di convertirsi presiedeva i concili, la Chiesa cattolica nei secoli successivi ha ritenuto quella società greco-latina “la vera società”, una società normativa, alla quale tutto il mondo cattolico si doveva uniformare. Quindi la cultura greco-latina è “la cultura”. Il papato ne era l’espressione e in certo senso l’universalizzazione. Ogni altra cultura, ogni altra società, doveva essere uniformata a questa. Il Concilio Vaticano II ha smontato questo paradigma, ma non ha dato alla Chiesa una struttura nuova: ha indicato un orizzonte non più centralista. Per capirsi: nel vecchio sistema un prete indiano veniva chiamato a lavorare a Roma per indicare che Roma, la sua cultura, il suo ordinamento sociale arrivavano in India. Il Concilio con tante riforme ha cominciato a cambiare profondamente tutto questo, il cattolicesimo si è fatto culturalmente plurale, aprendosi quindi anche al pluralismo religioso.
Francesco dal giorno della sue elezione ha indicato che la sua idea era quella di portare avanti un vero superamento del centralismo romano. Una Chiesa decentralizzata, una Chiesa non verticista. Ecco il rilancio del sinodo (che vuol dire “camminare insieme”), oggi appena organo consultivo del papa. Il sinodo è l’opposto del centralismo verticista. Qui i fedeli rendono viva, tutti insieme, la loro Chiesa. A livello di parrocchia, di diocesi, di Paese, di Chiesa universale.
Far diventare la Chiesa cattolica la Chiesa dei battezzati è una rivoluzione. In parrocchia non c’è più un prete padrone di casa che ospita le pecorelle smarrite indicando loro la strada della salvezza. In Africa non c’è un missionario bianco che spiega ai locali come si pensa, come si sta a tavola.
Oggi l’enorme sfida di passare da un sistema all’altro è arrivata al momento della verità. Il momento più importante per capire la portata di quanto sta accadendo in questi giorni è il 2018, quando Francesco ha varato una legge, nella monarchia assoluta vaticana funziona così, con la quale afferma che le deliberazioni del sinodo dei vescovi, se approvate dal papa, entrano a far parte del magistero ecclesiale. Un fatto enorme. In occasione del precedente sinodo, quello sulla famiglia, questa legge non era in vigore, i deliberati del sinodo era ancora un consiglio che i vescovi davano al papa che poi avrebbe deciso cosa fare. E il papa per raccogliere quel consiglio doveva espressamente citarlo nella sua esortazione apostolica post-sinodale, facendo suo quel consiglio. Tanto è vero che prima di Francesco le risoluzioni del sinodo erano segrete, solo il papa sapeva cosa si era proposto, lui decideva. E poteva tranquillamente decidere il contrario di quanto proposto dal sinodo dei vescovi, suo strumento consultivo. Ora la legge voluta dal Papa dice che quel documento entra a far parte del magistero ecclesiale, se approvato.
Il recente sinodo sull’Amazzonia ha formulato un documento ricchissimo, profondissimo è importantissimo, nel quale tra le altre cose si parla della possibilità di ordinazione di preti sposati vista la gravità della situazione amazzonica. Ma le proposte e raccomandazioni sinodali sono centinaia, e tra di loro spicca, ma molto più importante, quella di dar vita a una Chiesa cattolica di rito amazzonico. Non c’è solo il rito latino, sono tanti i riti cattolici, molti dei quali hanno già i preti sposati. Così Francesco, chiamato a scrivere la sua esortazione apostolica, prima di entrare nel merito delle questioni amazzoniche, ha aperto la sua esortazione apostolica con queste parole: “Ho ascoltato gli interventi durante il Sinodo e ho letto con interesse i contributi dei circoli minori. Con questa Esortazione desidero esprimere le risonanze che ha provocato in me questo percorso di dialogo e discernimento. Non svilupperò qui tutte le questioni abbondantemente esposte nel Documento conclusivo. Non intendo né sostituirlo né ripeterlo. Desidero solo offrire un breve quadro di riflessione che incarni nella realtà amazzonica una sintesi di alcune grandi preoccupazioni che ho già manifestato nei miei documenti precedenti, affinché possa aiutare e orientare verso un’armoniosa, creativa e fruttuosa ricezione dell’intero cammino sinodale. 3. Nello stesso tempo voglio presentare ufficialmente quel Documento, che ci offre le conclusioni del Sinodo e a cui hanno collaborato tante persone che conoscono meglio di me e della Curia romana la problematica dell’Amazzonia, perché ci vivono, ci soffrono e la amano con passione. Ho preferito non citare tale Documento in questa Esortazione, perché invito a leggerlo integralmente. 4. Dio voglia che tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro, che i pastori, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici dell’Amazzonia si impegnino nella sua applicazione e che possa ispirare in qualche modo tutte le persone di buona volontà.”
Dunque il papa ha scritto che lui presenta ufficialmente il documento sinodale, scritto da persone che l’Amazzonia la conoscono meglio di lui e ne auspica un’applicazione.
Ma una struttura centralista e verticista è una struttura anche assolutista, non conosce questo linguaggio, non può accettare che il papa non dica quello che si deve fare. “Se non lo dice lui- è la conclusione- allora vuol dire che lui non lo ha approvato”. Cioè una struttura centralista e verticista accetta di cambiare se il cambiamento è centrale e verticale. Il papa ha deciso che si fa così, basta. Francesco non dice questo, il suo tentativo può essere ritenuto “furbo”, a me sembra l’opposto: se vogliamo passare davvero a un sistema decentrato, plurale, non dobbiamo pensare sulla base di un “o così o così”, ma di un sistema diverso nel quale ci sono sia quello che questo. Cioè, il papa recepisce il documento scritto da centinaia di persone che per settimane hanno lavorato su un tema, lo presenta ufficialmente a tutti e lo commenta, senza entrare nel merito. O ci si crede nel pluralismo del decentramento pluralista o non ci crede.
I fedeli però non sono pronti, non erano pronti. Da secoli conoscono il centralismo verticista. E la reazione a questo documento epocale del papa, che recepisce un documento scritto da altri “che conoscono meglio di lui”, deve essere capita. Come si passa dal paradigma romano o quello della Chiesa di tutti i battezzati? Come si passa dall’imposizione di un cattolicesimo romano a un cattolicesimo culturalmente plurale? Questo è il nodo reale davanti al quale si trova, a mio avviso, il pontificato riformatore di Jorge Mario Bergoglio.