La spettacolarizzazione sui social della Giustizia è un'emergenza
Top

La spettacolarizzazione sui social della Giustizia è un'emergenza

Per chi finisce in manette o viene solo indagato, nel tribunale virtuale dove non ci sono i banchi per gli avvocati difensori, ma solo quello della pubblica accusa

Aula di giustizia
Aula di giustizia
Preroll

Diego Minuti Modifica articolo

7 Febbraio 2020 - 18.19


ATF

Per essere la culla del Diritto (una definizione, credo, di cui ormai s’è persa traccia), l’Italia vive un momento paradossale in cui, mentre il Governo potrebbe andare ad incagliare la sua fragile barchetta su tempi e modi della prescrizione, assistiamo ad una esecrabile attuazione della cosiddetta Giustizia istantanea sui social. Una Giustizia che viene esercitata con tempi e modalità che nulla hanno a che spartire con le leggi ed i codici, ma che viene gestita solo dalla pancia di chi usa i social come se fossero non il mezzo per esprimere il giudizio su questo o quell’argomento, ma per martirizzare (o anche incensare) qualcuno, prima ancora che qualcosa.
L’aspetto drammatico di questa situazione è che chi condanna (e che solo raramente assolve, andando il giudizio sul momento e non sulla saldezza dei principi) nulla conosce delle leggi, ma anzi di esse fa strame, legandosi solo all’idea che gli scatta nella mente davanti ad un presunto atto illegale o soltanto contro la sua morale.
Il caso del vigile urbano che, dopo essere stato sorpreso a parcheggiare l’automobile di servizio in uno spazio riservato a chi ha difficoltà di deambulazione, s’è ucciso – con la pistola di ordinanza e sullo stesso automezzo usat nell’infrazione – dopo essere stato sommerso di insulti e minacce, è solo l’ultimo degli esempi di un sistema di comunicazione (perché tale restano i social media) in cui i relativi gestori poco o nulla hanno saputo fare per frenarne le derive fatte di pura aggressione e non invece di proposte o considerazioni. Il vigile, caso abbastanza insolito, non solo aveva chiesto scusa per quanto fatto, ma aveva anche ”pagato” cento euro, l’equivalente della sanzione prevista per infrazioni come la sua.
Ma questo non è bastato perché, piuttosto che ad un procedimento (semmai ad uno poteva essere sottoposto), il vigile è stato oggetto di attacchi mediatici che sono andati ben oltre l’oggettiva sua colpa, trattandolo alla stregua di un criminale e tale lui si é sentito, sino al punto di ritenere che la sola strada che gli fosse rimasta per mondarsi dal ”peccato” fosse il suicidio.
Si è, insomma, trattato dell’ennesimo esempio di processo mediatico, dove però, alla difesa ed agli atti susseguenti del ”colpevole”, è stata imposta la sordina, quasi che non interessassero. Per farla breve: ha sbagliato e deve comunque pagare non concretamente, ma con la gogna che, come tutte le cose della Rete, resterà sempre a futura memoria. Un giudizio di piazza che lo perseguiterà anche dopo la sua morte, perché il Web può ucciderti, ma, con sadismo, non completamente: qualcosa di te deve restare per potere essere accusato e offeso in eterno.
Negli ultimi tempi la Rete si sta dimostrando, comunque, uno strumento di santificazione con cui si incensa, si innalzano lodi e si pretendono riconoscimenti per chi, magistrato, fa solo il proprio dovere. Alcuni magistrati in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata per potere perseguire gli obiettivi che si sono posti, prima come persona e dopo anche come uomini dello Stato, hanno dovuto fare enormi sacrifici che, per motivi di sicurezza, hanno anche coinvolto le loro famiglie. Ma, come si usa dire, questi magistrati credo l’avessero messo in conto nel momento in cui hanno fatto la scelta non solo di legalità, ma di perseguire con tutte le loro forze l’illegalità. Servitori dello Stato, come però ce ne sono decine di altri. Forse non tutti indossano la toga, ma ce ne sono moltissimi che, lontano dai riflettori, difendono lo Stato senza, per questo, pretendere che gliene si renda merito.

Ma l’irruente ingresso nelle ultime generazioni dei social media ha stravolto tutto, persino il profilo pubblico che un magistrato dovrebbe avere, in qualche modo dimostrandosi – i social – potenzialmente un elemento di condizionamento. Così accade che quando qualche magistrato inquirente spiega, pubblicamente e non invece con le carte, le sue operazioni e conferma le accuse contro questo o quello, i social si impossessano delle sue affermazioni facendone un uso che forse all’uomo in toga possono pure fare piacere dal punto di vista personale, ma che allargano ancora di più il solco tra la Giustizia e i cittadini e, cosa peggiore, emettendo delle sentenze peraltro inappellabili.
La spettacolarizzazione della Giustizia dei social è oggi un’emergenza, perché divide la vita reale da quella che si vorrebbe, non fornendo però delle basi su cui ragionare, lavorare, elaborare. Chi finisce in manette o viene solo indagato, in un tribunale virtuale dove non ci sono i banchi per gli avvocati difensori, ma solo quello della pubblica accusa, non ha diritto a fare valere le sue ragioni o a riferire circostanze non conosciute. Non può difendersi e, anche se un magistrato ”vero” li manderà liberi da qualsiasi accusa, per la gente che vive davanti ad una tastiera avranno sempre lo stigma del colpevole.
Una lettera scarlatta non impressa a fuoco su una spalla o sulla fronte, ma su uno schermo. Che è certamente peggio.

Native

Articoli correlati