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La frase classista della Preside agli studenti: "Non siete figli di contadini"

In risposta, suggeriamo la lettura di un libro capolavoro scritto da un contadino analfabeta

Immagine di repertorio
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Onofrio Dispenza

12 Dicembre 2019 - 16.31


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“Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare”. E’ un brevissimo passo, in un italiano approssimativo, fantasioso e insieme poetico, di un’opera monumentale, unica e straordinaria scritta da un contadino analfabeta siciliano. Il libro è Terra matta e a scrivelo è stato Vincenzo Rabito.
E qui voglio consigliarlo, oltre a quanti ne stanno leggendo, ad una professoressa, anzi una preside. Lei dirige il liceo scientifico “Seguenza” di Messina e – come si scrive in questi casi – è balzata agli onori della cronaca ( meglio sarebbe parlare di disonore ) – per quanto ha detto ai suoi studenti, chiedendo, tramite loro, alle famiglie un contributo straordinario di 75 euro ( 25 per il gasolio ) a sostegno degli impegni dell’istituto. Liceo prestigioso, ha ripetutamente sottolineato la preside:”Questa è una scuola di prestigio – ha tuonato – e voi non siete figli di contadini!”. Gli studenti hanno protestato, convocato una assemblea. E all’assemblea la preside non ha sentito di dover fare un passo indietro, ferma a difesa del “prestigio” dell’istituto e convinta che lo status degli studenti, distanti da quello di un giovane di una casa contadina, non dovesse ammettere deroghe alla sua filosofia.
Lo stesso sindaco di Messina è intervenuto per ricordare che anche lui era figlio di contadini e quella frase proprio sarebbe stato il caso che la preside se la rimangiasse. Lasciamo la preside in compagnia delle sua convinzioni e delle certezze che non l’hanno consigliata a chiedere scusa. L’episodio è uno dei tanti che escono dalle aule delle nostre scuole, che fortunatamente registrano il lavoro eroico di altri docenti che della cultura contadina, dei valori smarriti di quella cultura, fanno un elemento di insegnamento quotidiano. Veniamo all’incredibile libro che vorremmo far trovare sotto l’albero di Natale della nostra preside messinese.
Vincenzo Rabito, da raccontare, aveva una vita intera. Un’esistenza guerreggiata, passata attraverso le trincee della Prima guerra mondiale, le bombe della Seconda, il “rofianiccio” del Ventennio fascista, la fame atavica del Sud contadino, l’improvviso benessere della “bella ebica” del boom economico. E quella voglia matta come la terra di consegnare ai posteri il racconto di quel che aveva visto e vissuto, una autobiografia. Con la sua lingua inventata giorno per giorno e il suo tratto tragicomico, con un passo narrativo inarrestabile, come se tutto fosse stato scritto d’un fiato. Terra matta è l’epopea dei diseredati, frutto di un bracciante siciliano che si è chiuso a chiave nella sua stanza e ogni giorno, dal 1968 al 1975, senza dare spiegazioni a nessuno, e ingaggiando una lotta contro il proprio semi-analfabetismo, ha digitato su una vecchia Olivetti la sua autobiografia. Ha scritto, una dopo l’altra, 1027 pagine tutte a interlinea zero, senza lasciare un centimetro di margine superiore né inferiore né laterale.
Sette ani d’un fiato per raccontare tutta la sua “maletratata e molto travagliata e molto desprezata” vita. Un’opera monumentale, forse la più straordinaria tra le scritture popolari mai apparse in Italia, di grande forza espressiva. Un misto di italiano e siciliano che cattura e tenta di leggere tutto d’un fiato, come è stato scritto. Un talentuoso, primitivo tratto narrativo con cui Vincenzo Rabito è riuscito a raccontare come nessun altro mai, da una prospettiva inedita, più di mezzo secolo di storia d’Italia. Sorprendente, vitale, Terra matta racconta la lotta senza fine per affrancarsi dalla miseria, per salvare la pelle quando un gioivane di una famiglia contadina è schiaffato in trincea come carne da macello. La guerra, le guerre, e l’inganno fascista del grande impero coloniale in “uno miserabile deserto”. Poi, la ricostruzione, le vicende familiari, quindi il benessere degli anni Sessanta, la “bella ebica”. Una vita vissuta “come la tartaruca, che stava arrevanto al traquardo e all’ultimo scalone cascavo”.
La vita vista da un contadino e da un contadino raccontata. Legga professoressa, legga e chieda scusa.

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