Solo l'Isis saccheggiò i reperti archeologici in Siria? Anche gli uomini di Assad...

Nei territori dell’Isis il 44% dei siti archeologici era stato saccheggiato, il 23% nei territori controllati dalle autorità governative e il 14% in quelle controllati dagli insorti

Palmira prima e dopo l'Isis
Palmira prima e dopo l'Isis
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Riccardo Cristiano Modifica articolo

20 Novembre 2019 - 18.01


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Sostenuta dalla Fondazione Adenauer, “Syria Direct” è una delle imprese giornalistiche più interessanti al riguardo della disgraziata Siria. I suoi articoli si fondano su testimonianze, ricostruzioni meticolose e non partigiane, la verità spesso incrocia le colpe degli uni e degli altri in un lavoro che smonta le facili propagande dei “buoni” e dei “cattivi”, vedendo che spesso gli uni e gli altri fanno le stesse cose.

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In un interessantissimo articolo sui traffici di reperti archeologici siriani, Syria Direct ad esempio ci spiega due cose: l’Isis ha allegramente trafficato reperti archeologici, spedendoli spesso e volentieri in Turchia. E’ stata una grande festa per le casse del Califfato, che preferiva questo lucroso traffico alla distruzione iconoclasta, pur necessaria per propaganda.
E’ una novità per la Siria? Leggendo si scopre che non è così. L’idea all’Isis sarebbe venuta dalle loro radici, visto che nell’articolo si può leggere: “originario di Damasco, al-Azm è un professore associato di archeologia all’Università Shawnee dell’Ohio, che ha condotto studi approfonditi sul traffico di reperti archeologici in Siria. Prima del 2012, questo traffico era un’esclusiva riservata agli insider governativi e ad una ristretta cerchia di individui ben collegati politicamente. Quando le proteste di massa hanno lasciato il passo alla guerra civile, la violenza ha portato via questo circolo esclusivo.”

Nulla di strano per il Medio Oriente.

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Un esilarante articolo egiziano di anni fa dava conto di come il regime Mubarak fu sul punto di far approvare una legge che prevedeva la libertà di scavo archeologico, alla condizioni che quanto reperito sotto terra restasse sul suolo patrio, non venisse trafugato all’estero. Un bel modo per impreziosire le abitazioni dei gerarchi, e forse non solo quelle, visto che poi il passo con l’export “illegale” sarebbe stato breve.

I governanti siriani, come sempre un po’  più portati alla riservatezza, non avevano pensato a leggi, ma a “sistemi”. 
Spesso però gli accademici preferiscono  una lettura più pacata, ufficiale, rischiando di diventare  “manichei”, come spesso accade quando si leggono solo documenti ufficiali: da una parte ci sono i cattivi, dall’altra i buoni. Che all’Isis stiano beni i panni dei cattivi lo sappiamo tutti ed è bene che tutti  approfondiamo questa verità, anche smascherandone gli orrori. E vendersi al mercato pezzi del patrimonio archeologico siriano è parte della loro barbarie.

Ma Syria Direct, che aggiunge anche testimonianze raccolte sul campo, ci conferma che non sono i soli barbari. Ovviamente la documentazione ufficiale siriana non potrà o non vorrà darne conto. E leggere quella, prendendola per tutto l’oro colato che c’è in giro, indurrà in un errore. Quello in cui sembrerebbe caduto il grande archeologo italiano Paolo Matthiae, l’uomo che scoprì Ebla, e che quindi merita il grazie di tutti per quella formidabile scoperta. 
Sul Sole 24 Ore Paolo Matthiae ha scritto un lungo è importante articolo nel quale in modo però assai strano definisce “crisi politica” questa feroce, interminabile e pietrificante guerra siriana, e poi aggiunge che le autorità di Damasco chiusero con “efficaci apprestamenti di protezione” tutti i musei siriani, salvando oltre 300mila reperti archeologi dalla furia distruttrice del conflitto e dell’Isis. Premesso che l’Isis non è arrivato ovunque, e quindi anche altre furie si sarebbero potute riversare su quei reperti, dispiace scoprire che nel sud della Siria le autorità di governo lasciarono un intero sito appena scoperto senza neanche una recinzione, quindi esposto alle brame di chiunque vi entrasse. E, per il saccheggio dei reperti archeologici, l’American School of Oriental Reserch già nel 2015, grazie all’ausilio di satelliti, poteva affermare che nei territori dell’Isis il 44% dei siti archeologici era stato saccheggiato, il 23% nei territori controllati dalle autorità governative e il 14% in quelle controllati dagli insorti. Syria Direct, ad esempio, fa due denunce gravi: secondo un trafficante da loro contattato i gruppi di opposizione nel 2018 hanno preso a considerare i reperti archeologi una fonte di finanziamento e il regime ha usato mezzi pesanti per saccheggiare il preziosissimo sito che ha sempre controllato, Apamea, la città romana scoperta nella Siria centrale e rimasta sempre sotto il controllo del governo di Damasco. La cosa che dovrebbe interessare tutti è questa: le immagini satellitari dimostrerebbero che le parti private di Apamea sono intatte, mentre quella controllata dal governo risulta saccheggiata con mezzi così pesanti che le loro tracce non possono essere cancellate.

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