In ricordo di Federico Aldrovandi, ucciso e ancora vilipeso

Il 25 settembre del 2005 il ragazzo di 18 anni morì dopo essere stato fermato dalla polizia. Per la sua morte sono stati condannati quattro agenti. Insulti alla famiglia

Federico Aldrovandi
Federico Aldrovandi
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Claudia Sarritzu Modifica articolo

25 Settembre 2019 - 07.46


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Ci sono persone che una volta morte diventano immortali. A me e a tanti, Federico Aldrovandi, è entrato dentro. Si è poggiato sul fegato e non se ne è più andato. Il fegato è l’organo del coraggio, quello che hanno tutti coloro che combattono contro uno Stato che si è fatto carnefice.

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Era l’alba del 25 settembre 2005 quando moriva a 18 anni in seguito ai colpi ricevuti durante un controllo di polizia. Oggi ne avrebbe 30, tornava a casa in via dell’Ippodromo a Ferrara, da solo ma prima aveva passato la serata con alcuni amici. Aveva una felpa con un cappuccio, di quelle che usano gli adolescenti un po’ per mimetizzarsi, per essere uguali agli altri e non farsi notare. Ma quel giorno non bastò quella felpa per tornare sano e salvo nella sua cameretta.

Quattro agenti di polizia, arrivati per la telefonata di una residente che si lamenta per gli schiamazzi. Secondo quanto si legge nella sentenza della Corte d’appello “il ragazzo era in evidente agitazione psicomotoria, calciò a vuoto contro gli agenti che invece del dialogo, delle prime cure sanitarie, dell’eventuale identificazione, seguirono una via violenta. Percosse anche quando lui gridava «Aiuto, basta»”. 

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Ha smesso di respirare alle 6 e 15. Cinquantaquattro lesioni e un decesso per asfissia da compressione toracica. 

Sono passati 14 anni. I responsabili sono Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto, che hanno invocato la legittima difesa, sono stati tutti condannati per eccesso colposo in omicidio colposo in via definitiva, a 3 anni e 6 mesi di reclusione, pena in parte coperta dall’indulto. La sentenza della Cassazione è del 2012. Per loro non c’è stata l’espulsione dal corpo di polizia. Restano Patrizia e Lino, i genitori di Federico, il loro dolore si è fatto lotta per la verità, per la giustizia. Restiamo noi che crediamo nelle divise pulite e nelle forze dell’ordine che proteggono i cittadini. Resta la sua faccia con quella corona di sangue che ci ricorda che non dovremmo dimenticare finché giustizia non sarà fatta. 

Ogni generazione ha il suo Cristo in croce con la sua corona di spine. 

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